FONSECA COSIMO DAMIANO

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FONSECA COSIMO DAMIANO

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Massafra 21 febbraio 1932

Professore emerito di Storia mediovale e di storia del Cristianesimo, fondatore dell’Istituto internazionale degli Studi federiciani

Cosimo Damiano Fonseca ha studiato teologia a Napoli. Nel 1954 fu ordinato sacerdote e nel 1956 ha conseguito il dottorato in teologia. In seguito ha studiato storia dal 1958 al 1961 e ha conseguito un altro dottorato presso l’Università Cattolica di Milano.
Nella stessa Università è stato dapprima assistente del suo maestro Cinzio Violante e, dal 1961 come docente di storia medievale, materia che ha insegnato anche presso l’Università di Lecce, dove è stato preside di facoltà per nove anni.Ideatore e condirettore dell’Enciclopedia Fridericiana della Treccani, collabora al Dictionnaire d’Histoire et de Géographie ecclésiastique ed al Dizionario Biografico degli Italiani (Fondazione Treccani).
In seguito, ha insegnato all’Università di Bari storia medievale e storia del cristianesimo, quindi a Potenza, presso la neonata Università della Basilicata, di cui è stato fondatore e primo rettore per quattro mandati, dalla fondazione nel 1982, fino al 1994.
Al termine della sua carriera accademica, ha tenuto una cattedra a Bari fino al 2004, quando è andato in pensione.
Fonseca è stato vicepresidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane e membro del Consiglio Universitario Nazionale (CUN).
Ha fondato e diretto numerosi istituti di ricerca universitari. Nel 1982 ha fondato il Centro Internazionale di Studi Gioachimiti per lo studio degli scritti di Gioacchino da Fiore, di cui è direttore.
Nel 1985 ha fondato l’Istituto Internazionale di Studi Federiciani del CNR dedicato allo studio dei monumenti di Federico II di Svevia in Italia meridionale. Nel 1993, a Taranto, ha fondato il Centro Studi Melitensi, che si occupa di studi sull’Ordine dei Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme.

Riconoscimenti

Fonseca è membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, dell’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, dell’Accademia Pontaniana di Napoli e dell’Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Palermo.
È collaboratore dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani, avendo fatto parte del comitato direttivo dell’Enciclopedia Fridericiana.
È direttore del comitato scientifico del Centro Internazionale di Studi sull’arte dell’età normanno-sveva.
È stato insignito delle seguenti onorificenze:
• Medaglia d’Oro della Scuola ai Benemeriti della cultura e dell’arte (1982)
• Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (1983).
• Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (1986).
• Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (1989).
• Grande Ufficiale dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Principali pubblicazioni:
• Particolarismo istituzionale e organizzazione ecclesiastica del Mezzogiorno medioevale, Galatina, Congedo, 1987
• Civiltà delle grotte: Mezzogiorno rupestre, Napoli, Edizioni del Sole, 1988
• L’ università degli studi della Basilicata: utopia e progetto, Galatina, Congedo, 1994
• La societas christiana dei secoli 11 e 12, Spoleto, Fondazione Centro italiano di studi sull’alto medioevo, 2009

Bibliografia

• Giancarlo Andenna, Hubert Houben, Mediterraneo, Mezzogiorno, Europa. Studi in onore di Cosimo Damiano Fonseca, Bari, 2004.
• (DE) Hubert Houben, Von Apulien aus nach Europa. Zur Verleihung des Stauferpreises an Cosimo Damiano Fonesca. In: Friedrich Barbarossa und sein Hof, Göppingen, 2009, pp. 162–166.

http://www.mondimedievali.net/Rec/enciclopedia.htm

Su Federico II di Svevia sembra che il sole della leggenda non tramonti mai. E anche dopo le rievocazioni del centenario della nascita, dieci anni fa (a Bari si svolsero convegni e una mostra significativa), l’interesse per il «puer Apuliae» non si attenua. Anzi si rinfocola. Uno «stupor mundi»: è il caso di dirlo, sfogliando i due raffinati volumi su Federico II, Enciclopedia fridericiana, editi dalla Treccani. Il prezzo non è per tutte le tasche (900 euro), ma i curatori (nonché i collaboratori) sono una garanzia: con Girolamo Arnaldi, Ortensio Zecchino, Arnold Esch, Antonio Menniti Ippolito e Alberto Varvaro c’è anche il nostro Cosimo Damiano Fonseca, cui abbiamo rivolto alcune domande.
Professore, un Federico II da collezione? Copie numerate, prezzo da regalo di lusso, targhetta d’argento per il possessore? Ma dopo la prima edizione è almeno prevista una diffusione più accessibile di tanto sapere?
«Dalla più celebre Encyclopédie di d’Alembert e Diderot alle varie Enciclopedie nazionali, come la Britannica e la stessa grande Enciclopedia Treccani, senza ricorrere neppure alla civetteria delle copie numerate e conseguentemente alla rarità bibliografica, il prezzo non è stato mai “modico”. I costi dell’operazione sono molto alti tenuto conto delle spese di primo impianto, del numero delle pagine (oltre 1800) e delle voci (oltre 600), della qualità dei collaboratori (circa 220), della consistenza dell’apparato delle immagini, della rilegatura e via elencando. Enciclopedie di questo tipo – e solo per riferirci ai prodotti dell’Istituto Treccani: la Dantesca, la Virgiliana, l’Oraziana, ecc. – sono destinate a durare nel tempo e, quindi, l’acquisizione diventa un vero e proprio investimento. La Fridericiana, pur essendo la prima edizione numerata, sta riscontrando un enorme successo sia in Italia che all’estero: segno evidente dell’interesse che Federico II continua a riscuotere in tutto il mondo».
Due volumi sono sufficienti per dire tutto su Federico?
«Non è improbabile che ai due volumi ora editi se ne possa prevedere l’aggiunta di un terzo relativo alle opere dello stesso imperatore che, come è noto, fu legislatore con il libro sulle Costituzioni di Melfi, poeta con i componimenti della Scuola Siciliana, etologo ante litteram con il famoso trattato sulla falconeria».
Quali sono i punti forti che lo rendono «uomo di successo» anche nei nostri tempi?
«C’è una voce, in questa Enciclopedia fridericiana dedicata al “mito” di Federico II: mito storico che lo stesso svevo ha accreditato ricorrendo ad arditi accostamenti biblico-messianici e accentuando il carattere sacrale della dignità imperiale, ma che la tradizione ha avvalorato sino ad inventarsi una sorta di reclusione sulfurea nell’Etna in attesa di una risurrezione e ascensione al cielo, come quella di Elia e di Alessandro Magno. E non parliamo delle leggende fiorite intorno al personaggio collegate al linguaggio criptico delle profezie sibilline, alle tesi del gioachinismo che riconoscevano all’imperatore una duplice funzione, quella di alleato nella riforma della Chiesa e l’altra di Anticristo incarnato».
Questo nei secoli scorsi. Ma oggi?
«Non si dimentichi il giudizio di Nietzsche che in Federico II aveva indicato l’eroe antimoderno e anticristiano influenzando l’autore della più celebre biografia dello svevo, Ernst Kantorowicz. Quello che è certo è che ogni epoca si è creato il suo Federico, secondo il tipo di interessi culturali, religiosi e politici che perseguiva. Basti leggere le ultime tre biografie, quelle scritte dall’inglese Abulafia, dal tedesco Sturner e dal francese Racine, per avere una riprova. Oggi di Federico si apprezza l’intuito politico, la ricerca della razionalità nel diritto, il concetto di laicità, la fede nella scienza, insomma una serie dei valori che interpretano le pulsioni della nostra società».
L’Enciclopedia apporta molte novità. Ma dirime l’antica diatriba su Federico: fu l’ultimo grande del Medioevo o il magnifico anticipatore dell’Umanesimo (e della modernità)?
«È questa consapevolezza di un personaggio di transizione a cavallo tra medioevo ed età moderna che ha finito con ingenerare perplessità circa l’interpretazione data da David Abulafia con il suo profilo biografico di Federico II. Lo storico di Cambridge lo ha considerato, come recita il titolo, un imperatore medioevale. In realtà a Federico va riconosciuta una poderosa capacità di anticipatore di nuove realtà, di precorritore della modernità senza ovviamente decontestualizzarlo dalla sua epoca e, quindi, forzare il giudizio storico con categorie che appartengono ad altre sensibilità e a più mature e diverse esigenze».
Quanto di Puglia e Lucania emerge in questa mappa enciclopedica?
«Puglia e Basilicata sono corposamente presenti in questa enciclopedia non solo nelle voci generali, ma anche in quelle specifiche: a cominciare dalle voci dedicate complessivamente alle due regioni all’interno delle quali aveva creato i centri della sua attività di governo, come a Foggia, la terza capitale del Regno, con il suo Palazzo; come a Melfi dove sviluppò una intensa attività culturale di cui rimangono cospicue testimonianze i colloqui astrologici con Michele Scoto, le traduzioni delle opere di Avicenna e di Aristotele, la composizione delle Constitutiones, la redazione del De arte venandi. Ci sono voci poi dedicate ai porti, alle città nuove, ai castelli, primo fra tutti Castel del Monte – interpretato con categorie meno, anzi affatto, indulgenti all’esoterismo -, alle masserie, ai luoghi di piacere, ai protomagistri, ai giuristi, ai gruppi etnici, ecc.: insomma una ventina di lemmi delineano la facies sveva della Grande regione Puglia-Basilicata».
Federico e le sue donne? Concediamoci un po’ di mondanità. Nelle nostre terre di Puglia e Basilicata, oltre alle tombe delle regine in Andria e alla leggenda di Bianca Lancia a Gioia, quali altre tracce sono rimaste delle donne di Federico?
«Ah, Federico e le donne! Argomento sempre fascinoso tenuto conto che quella mala lingua del cronista parmense, fra’ Salimbene de Adam, sulla lussuria dell’imperatore non aveva usato eufemismi o reticenze. E non era stato certo l’unico il buon francescano. Forse, però, si dimenticano i costumi del tempo e quella parte di “sultanato” che portava Federico a vivere secondo le abitudini orientali con grande disinvoltura».
Perciò si continuerà ad alimentare una immagine torbida dei suoi amori?
«Una cosa è certa: le fonti su questo tema scarseggiano, salvo il caso di Bianca Lancia, madre di Manfredi, – cui è dedicata una voce -. Il cronista Tommaso Tosco, che scriveva nel 1279, insinua l’ipotesi che Federico II avesse avuto rapporti promiscui tanto con la madre quanto con le figlie. E poi sia nell’affresco scoperto a Bassano sia in quello, peraltro contestato, di Melfi, il quadretto della famiglia di Federico, tutta compostezza iconografica e amore cortese, fa aggio sulle avventure erotico-sentimentali entro le quali aveva perfettamente incarnate la focosa rudezza dei costumi teutonici con il delicato esercizio dei piaceri connesso ai profumi isolano-mediterranei».

Giacomo Annibaldis

https://www.stupormundi.it/it/litalia-di-federico-tra-poteri-locali-e-impero-globale/..

L’ITALIA DI FEDERICO TRA POTERI LOCALI E IMPERO “GLOBALE”

di Cosimo Damiano Fonseca
Il professor Cosimo Damiano Fonseca, accademico dei Lincei e professore ordinario emerito di Storia Medievale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Bari, ha tenuto la lezione inaugurale dell’anno accademico 2002-2003.
Stralci di tale relazione pubblicati dalla “Gazzetta del Mezzogiorno” nella pagina della Cultura.

L’ITALIA DI FEDERICO TRA POTERI LOCALI E IMPERO “GLOBALE” di COSIMO DAMIANO FONSECA

Se volessimo rinvenire l’antecedente storiografico al tema di questa lezione inaugurale amabilmente affidatami dal Magnifico Rettore e dal Senato Accademico della nostra Università, non esiteremmo di far riferimento alla prolusione, ovviamente depurata dalle scorie dell’ideologia imperante, che Pietro Fedele tenne ottantatré anni fa e precisamente il 5 marzo 1915 all’Università di Roma dando inizio alle sue lezioni di storia medievale, incentrata su “La coscienza della nazionalità in Italia nel Medio Evo”. In essa lo Storico minturnense si poneva la domanda se “l’idea di nazionalità sconosciuta al mondo antico” si fosse smarrita durante il medioevo schiacciata tra i due poteri universali del Papato e dell’Impero; domanda a cui faceva seguire chiara e netta la risposta e cioè che l’unità morale della Penisola creata da Roma e basata sull’unicità della lingua e del diritto non subì incrinature di sorta; né l’avvento dei longobardi, né il particolarismo feudale, né tantomeno il movimento comunale offuscarono la coscienza della nazionalità italiana o attentarono all’unità morale del suo popolo in quanto permansero i valori della tradizione, della cultura, dell’arte, della poesia, della religione. La coscienza della nazionalità, concludeva Fedele, “è una delle correnti perenni della nostra storia”. Una visione ottimistica, se non oleografica, quella di Pietro Fedele, che intravvedeva quale fondamento dell’idea di nazionalità, l’unità morale della penisola basata sull’unicità della lingua e del diritto, anche perché la storiografia degli ultimi anni ha dimostrato con dovizia di argomenti, almeno per buona parte del medioevo, l’esistenza di più Italie, non senza rilevare che proprio per l’età sveva l’Italia aveva ben più angusti limiti territoriali includenti la Padania, parte del Veneto e, talvolta, secondo le contingenze politiche, i domini della Chiesa.
E’ pur vero che una tale fondata constatazione sembrerebbe a prima vista contraddetta dal tema stesso di questa lezione che assume onnicomprensivamente l’Italia quale categoria geografica e storica più o meno nell’accezione attuale, ma a ben riflettere si tratta di una apparente contraddizione in quanto ponendo l’accento sulla difficile coesistenza tra potestà universali e poteri locali, emergono immediatamente le varie Italie segnate, volta a volta, dal particolarismo feudale, dal movimento comunale, dalle repubbliche marinare, dallo Stato della Chiesa, dalla monarchia sicula.
E’ su questa variegata realtà che questa lezione ha voluto verificare la politica di Federico II operando in una duplice direzione, quella del Papato e dell’Impero e quella dei poteri locali entro cioè quei due nodi che continuamente si intersecano nella nostra storia nazionale.
E cominciamo dall’altra potestà universale e concorrente nella politica federiciana costituita dal Papato con la sua eredità temporale incentrata sul patrimonio di San Pietro e con la sua eredità spirituale e culturale innervata su Roma esaltata, non a caso, come sedes Imperii. Non è certo questa la sede per effettuare una ricognizione delle vicende del patrimonio di San Pietro tra Impero e Regno: un patrimonio dalla costituzione molto complesso entro cui convivono città che aspirano all’autonomia e formazioni feudali che mirano a realizzare un potere forte sui singoli territori.
Nell’arco occupato dalla presenza federiciana il governo papale sul patrimonio di San Pietro opera tenendo conto di tale situazione: con Innocenzo III si assiste a un consolidamento del patrimonio in forme statuali sempre più nette e precise: basti pensare al riconoscimento del patrimonio nella sua estensione 
da Radicofani a Ceprano effettuata da Ottone IV di Brunswick nel 1201, alle campagne condotte da Innocenzo III per piegare comuni e nobiltà nel Lazio settentrionale, all’opera di pacificazione compiuta dallo stesso pontefice nella Sabina e nella Campania tra nobiltà e città in conflitto. Vengono così riconosciuti al Papa poteri quasi statali (riconoscimento del supremo tribunale pontificio, obblighi militari dei comuni e dei baroni, obblighi finanziari, approvazione delle nomine di podestà forestieri). Insomma con Innocenzo III si assiste a una ristrutturazione dello Stato della Chiesa e vengono potenziati i Rettorati con la nomina di due per il Lazio e di uno per rispettivamente per la Marca di Ancona e per Spoleto con il compito di mantenere la pace, di presiedere le cause in primo e secondo appello, di amministrare i castelli. 
(…) 
I rapporti del Patrimonio di San Pietro con l’Impero non furono l’unico problema che tra XII e XIII secolo interessò le relazioni diplomatiche tra le due supreme potestà; ad esso se ne aggiungeva un altro, quello dei rapporti tra il Regno di Sicilia e l’Impero, che innovava profondamente negli equilibri politici del tempo in quanto saldava una parte consistente dell’Italia – sulla quale peraltro il Papato vantava antichi diritti feudali – a un esponente della nobile famiglia degli Hoenstaufen che in quel tempo deteneva la dignità dell’impero romano-germanico. Un evento, questo, dell’unione del Regno all’Impero, gravido di conseguenze in quanto l’apertura all’Impero dei territori meridionali della penisola spostava decisamente l’asse di gravitazione del Regno dalla sua naturale vocazione mediterranea a un destino europeo inserendo il Mezzogiorno nella comunità culturale dell’Europa occidentale.
In questo contesto istituzionale, ideologico e politico entro cui si consumò il conflitto tra Papato e Impero sullo sfondo della realtà italiana, vediamo comporsi il mosaico dei poteri locali con le loro marcate specificità, le singole identità, le proprie individualità: a cominciare, tra le repubbliche marinare, da Pisa dove, pur nell’adesione della città alla parte imperiale, emerge una robusta “coscienza cittadina” in un solido intreccio tra Comune e Città, tra forze locali, Vescovi e Ordini mendicanti, quest’ultimi acclamati come veri coadiutores episcopi et civitatis: la Piazza dei Miracoli nella sua superba singolarità esprime nella maniera più alta questa conurbazione tra potere politico e potere religioso.
Mentre ad Amalfi, o più in generale nei Comuni marittimi campani, pugliesi e siciliani, il quadro delle realtà locali assume ancora variegate e diversificate articolazioni. In queste aree urbane l’incombente governo dei Sovrani normanno-svevi aveva drasticamente limitate le autonomie cittadine. Le energie borghesi e le tendenze autonomistiche furono completamente soffocate, a volte con atti di inaudita brutalità. Queste azioni facilitarono l’ingresso dei mercanti del nord e favorirono l’economia produttiva dei comuni delle aree settentrionali che importavano dal Sud, oltre i grani e le vettovaglie per le loro crescenti popolazioni, anche materie prime come cotone, lino, canapa, lana, pellami ecc. che poi ritornavano al Sud come manufatti innescando quel processo economico di tipo coloniale che, in larga misura, sarebbe alla base del problema del Mezzogiorno.
(…) 
Ma questa Italia, anzi queste Italie di differenti origini, di composite matrici culturali, di frastagliate realtà politico-amministrative, contava altri ambiti di potere locale, altri gangli vitali nel controllo del territorio italiano. Ci si intende riferire alle grandi signorie monastiche che da nord a sud della penisola giocavano un ruolo decisivo, oltre che di natura religiosa e spirituale, di impronta giuridica, politica ed economica. Basti considerare (…) per l’Italia meridionale le grandi signorie monastiche di Montecassino, Santa Sofia di Benevento, Cava dei Tirreni, Venosa, Montevergine e Monreale.
Ebbene di fronte a questa Italia come si rapportò il grande imperatore svevo? Quale coscienza ebbe della sua costruzione geopolitica e della sua dimensione territoriale? Come visse la ricchezza dei molteplici patrimoni territoriali e, specialmente, l’incombente presenza dell’altra potestà universale il cui peso morale era ben maggiore di quella del titolare della dignità dell’Impero? L’analisi dei documenti emanati dalla sua Cancelleria ci restituisce, sottesa alla parola “Italia”, una ben precisa dimensione territoriale, cioè l’aggregazione di province dell’Impero comprese tra il Regno di Sicilia e la Germania in cui, volta a volta, a secondo le contingenze politiche, potevano gravitare anche le terre soggette alla giurisdizione pontificia. Ne fornisce, tra l’altro, una prova il solenne documento emanato il 27 novembre 1220, a cinque giorni dalla solenne incoronazione imperiale, in cui egli si rivolge ai più alti rappresentanti della Chiesa e della feudalità, ai consoli e alle comunità cittadine e castellane, ai rettori e al popolo della Lombardia, della Romagna e della Tuscia accomunati e indicati con il termine tota Italia.
E ciò che ancora rende singolare questo documento è che a portare avanti l’opera di pacificazione, Federico invia un suo fedelissimo collaboratore, il principe e vescovo Corrado di Metz, con la funzione di legato: comincia così ad assumere più nitidi contorni anche il disegno politico di Federico II che negli assetti 
istituzionali di questa “Italia” prevede una direzione unitaria affidata a un Vicario o legato generale cui competerà il coordinamento dei cinque distretti in cui era divisa l’Italia.
Di questa Italia Federico ha piena consapevolezza dell’essere un microcosmo dalle precise coordinate geografiche. Questa Italia Federico vuole che mantenga la sua unità politica fortemente interconnessa con l’autorità imperiale per la quale, a sua volta, non rivendica il fondamento della legittimità del suo potere sulla tradizione ottoniana del Regno italico, cioè entro un ambito di sovranità distinto dalle prerogative dell’Impero: da questo punto di vista rimane una testimonianza emblematica la lettera inviata da Federico alla fine del 1236 alle città e ai sudditi del Regno di Sicilia che parla dei Lombardi come di “Italie quedam factiosa collectio intenti ad obtinendam Romani imperi monarchiam”; per questa loro attività scissionistica e minoritaria che rompe l’unità degli “universi imperii nostri fideles per Italiam constituti”, egli con linguaggio colorito ed efficace li bolla come il loglio nel granaio e la putredine nella sentina (“velut in granario lolium et putredo remanserit in sentina”).
Insomma Milano con i Comuni confluiti nella Lega lombarda costituivano una turbativa all’autorità; la loro aspirazione all’autonomia colpiva al cuore l’unità delle province e comprometteva all’interno e all’esterno, specificatamente nei confronti del papa e dei principi tedeschi, l’onore imperiale.
Ma dove Federico II investe la sua stessa credibilità politica in piena coerenza con il suo progetto politico è nel legame che instaura tra l’Italia e Roma. L’occasione gli era stata offerta dalla fortunosa conquista, nel novembre 1237, del Carroccio che, come è noto, assolveva a una duplice funzione, l’essere cioè contemporaneamente una macchina da guerra e un vessillo blindato che, durante la battaglia, diveniva essenziale punto di riferimento per i soldati. Alla conquista del Carroccio da parte dei nemici veniva dato un grande significato propagandistico.
Ebbene l’esercito imperiale in maniera del tutto fortuita aveva sottratto l’ambito trofeo alle truppe milanesi e ai loro alleati, ma Federico nell’intento di utilizzare a fini propagandistici l’episodio, volle celebrare la grande vittoria facendo organizzare a Cremona una marcia trionfale durante la quale il podestà di Milano, il veneziano Pietro Tiepolo venne issato sul carroccio trainato da un elefante e additato al pubblico ludibrio.
Successivamente l’Imperatore decise di inviare il carroccio milanese o molto più verosimilmente alcune parti di esso a Roma “sede del nostro Romano Impero”, per essere esposto con una iscrizione scelta, con rammarico del papa, dallo stesso Federico. Il documento che accompagna il dono del Carroccio altro non è che l’esaltazione dell’ideologia imperiale entro cui trova una consapevole collocazione il rapporto con i Comuni dell’Italia padana. In esso Federico instaura uno strettissimo rapporto tra il decus imperiale e l’honor Urbis: è questo honor, inteso nella sua pregnanza giuridica e politica, il fondamento dell’Impero. Dopo aver rilevato che la maestà imperiale, quantunque non soggiaccia ad alcuna legge, se non a quella della ragione che è la madre del diritto, proprio in forza di questa, cioè della ragione, è dato a lui, quale erede del fulgore dei Cesari di illustrare ai Romani i motivi profondi del tripudio per la vittoria conseguita.
Una vittoria conseguita in nome di Roma se è vero che i soldati nel clamore della battaglia gridavano Miles, Roma! Miles imperator!. Una vittoria che, sulla scorta della tradizione, il Senato e il popolo romano decretavano ai vincitori, mentre questi a loro volta portavano in trionfo i trofei catturati ai nemici. 
Ed è in questo contesto che Federico colloca la cattura del Carroccio ai Milanesi considerati una fazione rispetto all’unità politica dell’Italia (“currum civitatis utique factionis Italie principis”) e la destinazione del trofeo a Roma, sede dell’Impero (romani imperii nostri sedem), beneaugurale auspicio per la pace dell’Italia. (…)
E’ stato giustamente affermato che sarebbe grottesco condannare il governo federiciano, che durò solo un trentennio, per una condizione che si sarebbe protratta per oltre sette secoli, giungendo drammaticamente fino a noi. Da parte dei difensori di Federico si è voluto affermare che l’accentramento del potere e il rigoroso controllo dei centri urbani non sia un ostacolo al progresso economico, che non è certamente legato ad un regime di libertà e di autonomia.
Se questa tesi non può essere negata in assoluto, non si può non rilevare come la storia economica dall’antichità ai nostri giorni ci insegni con dovizia di esempi che libertà economica e autonomia politica sono strumenti e condizioni indispensabili per il progresso e la prosperità dell’uomo.
Cosimo Damiano FONSECA è professore ordinario emerito di Storia Medievale presso l’Università di Bari, Accademico dei Lincei.
Questo documento è pubblicato in questo sito con il consenso dell’Autore.

Il Prof Cosimo Damiano Fonseca ci parla della civiltà rupestre.

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