NIGRO RAFFAELE

nuova puglia d'oro_total white

NIGRO RAFFAELE

nuova puglia d'oro_total white

Melfi, 9 novembre 1947

Giornalista, scrittore, poeta e sceneggiatore, pugliese d’adozione

Raffaele Nigro, giornalista, scrittore, poeta, autore e sceneggiatore, nasce a Melfi il 9 novembre 1947. Già da bambino sente forte il richiamo della scrittura e della narrazione. Alle elementari le mani sono spesso macchiate d’inchiostro mentre da adolescente va alla ricerca di racconti e fiabe popolari, girando tra le strade del suo paese allietate dai canti. Apprende quelle storie dai nonni o dai cantastorie, poi le avrebbe riferite ai compagni. Sono i tempi della cultura orale grazie alla quale il giovane prende dimestichezza con un’esposizione che ricorda i tempi passati, che sa dare “voce” ai silenzi e significato alle pause.
È un mondo inafferrabilmente concreto che affascina il giovane al punto da condizionare la futura produzione letteraria imperniata di realismo, metafora, sperimentazione, antropologia e viaggio. Frequenta il Liceo scientifico a Melfi e a Bari l’Università dove si laurea in Pedagogia con la tesi “Comunicazione e intersoggettività in Dostoevskij”. Nella città pugliese lavora per la RAI dove intraprende la carriera di programmista-regista dal 1979 al 1989 quindi di direttore e caporedattore della sede regionale.
All’università ha il primo vero incontro con la scrittura. Nel ‘75 è cofondatore di un gruppo di poesia sperimentale chiamato “Interventi Culturali” grazie al quale si confronta con una poetica innovativa che usa le parole per esprimere segni e i suoni, il lessico orale appreso nella sua Melfi. I versi gli consentono di comunicare il suo mondo interiore, il dialogo che ha con se stesso. Dirà più avanti: “La poesia è raccontare come noi siamo e come noi ci avvertiamo di fronte al mondo che cambia”. La raccolta poetica in dialetto del 1981 Giocodoca (Schena Ed.) ne è l’esempio. A Bari, città che vive un alto fermento culturale, ha l’incontro con il teatro, sempre sperimentale. Nel 1980 debutta come drammaturgo con Il Grassiere, allestito dal teatro Abeliano l’anno seguente. Seguono Il santo e il Leone e Hohenstaufen dedicata a Federico II di Svevia, portate in scena nel ‘86 dal gruppo teatrale di Giorgio Albertazzi. Successivamente scrive Bande, Discarica, Tutti i colori del Novecento.
Parallelamente si interessa di letteratura. L’allontanamento gli ha consentito anche di maturare uno sguardo più oggettivo sulla realtà da cui proviene. Nel ’76 sposa Livia e nello stesso anno pubblica le risultanze delle sue ricerche etno-antropologiche nel volume Tradizioni e canti popolari lucani: il melfese (ARCI-UISP Melfi) ed etno-musicologiche negli LP U timb jè nnuvl del ‘77 e La serpa lucend del ’81, entrambi eseguiti dal gruppo musicale barese “Compagnia dell’Arco”. Afferma: “Voglio raccontare come queste terre non possono essere dimenticate e come sia necessario riprendere il dialogo con la storia ma anche con un’idea di tempo fatta di passato, presente, futuro”.
All’attenzione per i canti popolari affianca quella per la letteratura locale di cui vuole dimostrare l’alta valenza nel panorama culturale italiano. I tanti documenti scoperti negli archivi pubblici e privati lo mettono di fronte a notizie inedite che necessitano di accurate analisi storiche e filologiche. Nel ‘79 esce così Centri intellettuali e poeti nella Basilicata del secondo Cinquecento (Interventi Culturali Ed.) seguito l’anno dopo da Basilicata tra umanesimo e barocco (Levante Ed.). Redige inoltre saggi sullo storico venosino Giacomo Cenna e il filosofo materano Antonio Persio vissuti entrambi tra il ‘500 e il ‘600, quindi su Donato Porfido Bruno, Maria Carlucci per poi approfondire il Novecento con Rocco Scotellaro ed altri poeti meridionali.
Nel frattempo tiene viva l’originaria voglia di raccontare e così dà vita ad una narrativa dove la Storia e i personaggi, veri ed inventati, si muovono all’interno di luoghi e situazioni nitidamente descritte. Nell’86 esordisce con i racconti di A certe ore del giorno e della notte (Bastogi Ed.) a cui fa seguito I fuochi del Basento (Camunia Ed.) il fortunatissimo romanzo storico con cui vince i Premi “Napoli” e “Campiello” nell‘87. Storico è anche il romanzo La baronessa dell’Olivento (Camunia Ed.). Sviluppa per di più la scrittura del viaggio alimentata dalla professione che lo porta a spostarsi da Bari, città in cui vivrà per quasi 50 anni, a Roma e in giro per il Mediterraneo realizzando servizi per i programmi “Bell’Italia” e TGR Mediterraneo. Nel 1991 esce il saggio Viaggio in Puglia (Laterza Ed.) e il romanzo Il piantatore di lune (Rizzoli Ed.). Il viaggio è altresì nel romanzo Ombre sull’Ofanto (Camunia Ed.) del ’92 e in Sopra i tetti del Bradano e del Basento (La Bautta Ed.) del ’93, saggio scritto come coautore ed illustrato da Luigi Guerricchio. E ancora nel romanzo Dio di levante (Hacca Ed.) del ‘94 e nel saggio Viaggio in Basilicata (Adda Ed.) del ’96.
Nel ‘97 esce il romanzo Adriatico (Giunti Ed.) finalista al Premio Strega ’98 e nel ’99 il saggio Francesco Berni edito dall’Istituto Poligrafico dello Stato con il quale pubblica nel 2003 anche Burchiello e burleschi. Il nuovo millennio parte però con Desdemona e Cola Cola (Giunti Ed.) favola moderna in cui l’autore affronta la migrazione e l’integrazione, tematiche tra l’altro già intraprese. Seguono nel 2001 i romanzi Viaggio a Salamanca (Aragno Ed.) e Diario Mediterraneo (Laterza Ed.) mentre Gli asini volanti (Aragno Ed.) è del 2003. Il 2005 è la volta del romanzo di successo Malvarosa (Rizzoli Ed.) che anticipa di un anno il saggio storico Giustiziateli sul campo. Letteratura e banditismo da Robin Hood ai giorni nostri (Rizzoli Ed.). Seguono il saggio Novecento a colori (Progredit Ed.) 2008, il romanzo Santa Maria delle battaglie (Rizzoli Ed.) 2009 e Memorie e disincanti. Uomini e scritture del Mezzogiorno (Di Girolamo Ed.) 2010, libro che precede di 10 mesi Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway (Rizzoli Ed.). Un’aurea di mistero avvolge questo romanzo dai risvolti metaforici in cui l’autore riporta una confidenza a lui fatta durante un viaggio dalla scrittrice Pivano circa la permanenza di Hernest Hemingway in terra lucana alla ricerca di animali esotici.

Nel 2012 ritorna al teatro e scrive con il regista Cosimo Damiano Damato e il cantautore Lucio Dalla il musical Il bene mio. La vita e le canzoni di Matteo Salvatore, andato in scena al Petruzzelli di Bari, di cui il saggio Ascoltate signore e signori. Ballate banditesche del settecento meridionale (Capone Ed.), in uscita nello stesso anno, sembra il normale prolungamento per via del comune amore per il mondo dei cantastorie. Di altro tenore è invece Il custode del museo delle cere (Rizzoli Ed.) del 2013, romanzo di formazione con un’impronta politica dove l’autore fa coesistere l’epoca presente con il passato.
Nel 2015 è presidente a Melfi del Parco Letterario “Federico II di Svevia” con cui pubblica come coautore i volumi Augustali. Anima propositiva degli altri Parchi lucani, plaude alla valenza culturale di tali realtà che consentono alle testimonianze letterarie, artistiche, architettoniche e paesaggistiche di parlare dei territori, al pari delle “Case della memoria” che rimandano al privato del noto proprietario, utile per una comprensione piena del suo operato.
Seguendo il filo della memoria troviamo Narratori cristiani di un Novecento inquieto (Studium Ed. – LUMSA Università) 2016, in cui oltre ai ricordi adolescenziali trascorsi in famiglia, vi è la riconoscenza verso coloro a cui deve la sua formazione umanistica. Intellettuali che ha personalmente conosciuto e di cui traccia un ricordo serio e scanzonato: Montesanto, Crovi, Fabbri, Santucci, Festa Campanile, Saviane, Pomilio, Doni, Chiusano, Citeroni, Cattabiani, Fortunato, Pasqualino, Manna, Edda Ducci sua docente di Filosofa dell’Educazione all’Università di Bari che ha incoraggiato i suoi primi passi da scrittore.
Nel 2019 esce Il mondo che so. Viaggi in Italia (Hacca Ed.) dove, tra le altre cose, si riporta l’incontro con Oriana Fallaci, avvenuto a Pontremoli (Massa-Carrara), la quale gli suggerisce, invano, di trasferirsi a New York. Il senso del testo orientato alle specificità della penisola ha come naturale estensione i saggi Civiltà appennino. L’Italia in verticale tra identità e rappresentazioni e Le vie dell’acqua. L’Appennino raccontato attraverso i fiumi (Donzelli Ed.), usciti entrambi nel ///2020 e di cui è uno dei curatori. Le montagne, le aree interne ritornano ad essere le protagoniste nella nuova visione dell’economia sostenibile, baluardo contro lo spopolamento. Egli considera l’Appennino il luogo da cui bisogna partire per formarsi ma a cui bisogna tornare per continuare a dare linfa vitale ad una cultura che non può morire.
Il 2020 segna anche il ritorno alla poesia. Pubblica Gli dei sono fuggiti (Progredit Ed.) raccolta di versi scritti in quarant’anni. In quella che definisce la “discarica differenziata della memoria” egli fa “vivere” gli dei scomparsi: amici letterati, il mondo culturale della sua generazione e quello fantasioso della sua infanzia, le speranze di chi, anche rischiando molto, lascia i luoghi natii per migliorare la sua vita. Riferendosi ai migranti riflette: “Sono persone che non riusciranno a darti ciò che abbiamo perduto ma che forse negli occhi hanno ciò che noi ancora cerchiamo”.
La cinematografia. Nel ‘97 cura la sceneggiatura de Il viaggio della sposa, regia di Sergio Rubini; nel 2004 partecipa al film Darsi alla macchia di Fulvio Wetzl, ispirato alla vita del brigante post-unitario Carmine Crocco e nel 2008 è sceneggiatore de La luna nel deserto, regia di Cosimo Damiano Damato, cortometraggio d’animazione liberamente ispirato al suo romanzo Desdemona e Cola Cola. Si cimenta per di più, con la recitazione interpretando ironicamente se stesso in una puntata della fiction di Telenorba, Il Polpo.
Nonostante i suoi vasti interessi resta pur sempre un autore di cronaca che osserva i tempi in cambiamento. Firma articoli di Avvenire, Il Mattino, La Gazzetta del Mezzogiorno, Corriere della Sera ed è tra i fondatori delle riviste Fragile, In/Oltre, Incroci e Appennino. Per l’intensa attività di giornalista e scrittore, corredata da ulteriori pubblicazioni e collaborazioni, ottiene prestigiosi Premi letterari e cittadinanze onorarie da diversi comuni lucani e pugliesi. Grazie all’opera di traduzione dello scrittore francese Bernard Simeone i suoi libri fanno il giro del mondo. Nel 2003 l’Università di Malta gli conferisce la laurea honoris causa in Scienza della Comunicazione e nel 2005 l’Università degli studi di Foggia quella in Lettere e Filosofia. Tali meriti lo portano alla nomina nel 2016 di Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Melfi e dal 2019 ad essere Ambasciatore alla Cultura dello stesso Comune.

Anna Mollica

La mia giornata di scrittore

Non c’è una giornata tipo anche per chi come me abbia la scrittura tra le sue ragioni di vita. Proprio perché la vita è tanti impegni insieme che diventano micro tappe della quotidianità: il lavoro che ti dà uno stipendio e dunque da vivere,la spesa al supermercato o al negozio di fiducia,il giro di pizza con gli amici, gli impegni familiari e sociali,qualche viaggio,di studio,di lavoro,di piacere. Insomma non devo stare qui a riassumere la vita di ognuno. Tuttavia c’è un prima e un poi nella scansione del mio tempo, dovuto al fatto di essere stato dipendete della Rai fino a pochi mesi orsono e di essere totalmente dipendente da me stesso oggigiorno. Finché sono stato programmista-regista e poi giornalista e poi caporedattore io ho dovuto inseguire il mondo,raccontarlo,raccontarne le cronache,organizzare le notizie,in documentari e in telegiornali. Questa attività che è sempre stata interessante e piacevolissima in quanto ti porta a stare al centro degli avvenimenti,ti getta ogni giorno sulla strada,ti induce a costruire la notizia e a seguirla passo passo,e dunque a narrare,ha purtroppo una economia di gestione del tempo che direi sottraente,nel senso che sottrae spazi vitali alla scrittura d’invenzione e di memoria. D’altro canto si tratta di lavoro strictu sensu da un lato e di tempo libero da un altro.
Finché sono stato in Rai comunque la mia giornata ha avuto momenti diversi a seconda delle mansioni che mi si affidavano e dei ruoli che ricoprivo. Ricordo che da programmista ero sufficientemente libero,perché si trattava di individuare un progetto di documentario,assumere informazioni,costruire una sceneggiatura, uscire con una troupe per girare le immagini e infine montare. Un maniera di raccontare e descrivere anche questa,ma diversa da quella in cui la creatività è impegnata al cento per cento. Queste attività che sembrano tante e stringenti in realtà ti offrono piccoli margini di tempo libero che tuttavia per chi intenda scrivere un romanzo diventano sempre residuali e marginali. Ricordo che scrivevo molto in auto e sui mezzi pubblici,mentre sfrecciavamo per strade di campagna o per statali e autostrade. Alla guida c’era lo specializzato di ripresa e se non nascevano conversazioni con gli abitatori del veicolo,che erano il fonico e l’operatore, potevo in qualche modo astrarmi,pensare alla trama,ai miei personaggi,a ciò che avevo già scritto. Oppure leggevo e correggevo, tagliavo intere pagine,rifacimenti che solo a sera,al rientro a casa riuscivo a trascrivere al computer. Il computer è stato il mio 113 dalla metà degli anni Ottanta. Perché mi permetteva di stampare le nuove versioni e di portarmele in una sacca al lavoro,nelle mie lunghe scarpinate per raggiungere i luoghi di ripresa. L’auto e la mia stanza sono state per anni i luoghi ideali di invenzione, correzione,di lima e di riscrittura.
Questo è continuato ma con minore intensità negli anni in cui fui novato in giornalista. I trasferimenti dalla sede della Rai ai luoghi di ubicazione degli eventi erano più brevi,il lavoro più stringente e la dipendenza da notizie scottanti e dalla messa in onda delle stesse mi costringeva a riassumere in auto gli avvenimenti,in modo da essere in sala di montaggio col pezzo già pronto,o da leggerlo subito in studio,presentare una versione radiofonica per il radiogiornale e una televisiva per il tiggì. Poi bisognava informarsi sugli sviluppi della notizia,riscriverla per i telegiornali della sera ed essere insomma sempre sul chi vive. Tra il 1989 e il 1993 ho avuto poco tempo da dedicare alla narrativa. E ancor meno ne ho avuto dal 1993 al ’97,quando da responsabile della redazione ero impegnato a costruire il telegiornale,a dettarne le regole e la successione dei servizi,a leggermi tutti i pezzi confezionati dai miei redattori, a tenere in piedi il relais mattinale per la costruzione dei telegiornali e dei radiogiornali nazionali. In quegli anni scrivevo nelle ore residuali,la sera. Mi sembrava di inseguire il tempo libero,lo cercavo come un assetato o un disperato,scrivevo e avevo sempre poco tempo per correggere,riscrivere,limare. E’ andata così per anni,fino al ’97,quando accaddero degli eventi per i quali fui leggermente alleggerito dai troppi impegni e in qualche modo tornai alla gestione del tempo come nel primo decennio di attività lavorativa. Oggi la mia giornata è infinita. Mi alzo tardi,una colazione sobria,le pillole mattutine e poi la scrittura. Che siano articoli per la carta stampata,che siano storie per i miei romanzi. La durata della permanenza al computer dipende dall’intensità del racconto. Se si tratta di romanzi in avvio la gestazione è lenta,i dubbi infiniti,la noia mi prende presto e il piacere della scrittura diventa quasi sempre una fatica. Ci resto poco,perché l’azione non parte,i personaggi mi sfuggono, le parole non sono quelle giuste. Allora mi distraggo ficcando la testa nel frigorifero e cercando qualche frutta,una bibita,vado cazzeggiando per casa e poi torno a scrivere, anzi a provare. Se la storia non mi prende allora non c’è cristo che tenga,devo andare. Mi vesto,esco per passeggiate che mi prendono anche due tre ore. La settimana scorsa ho cominciato a camminare fuori città e quando sono rientrato ho saputo da google map di aver percorso venticinque chilometri di strada. Erano passate tre ore e mezza e non mi ero accorto di questa follia. Diverso è quando la storia ti prende e hai finalmente trovato il passo. La pagina ti chiama,i fantasmi scalpitano nella pancia. Ti abbandoni alla scrittura e procedi procedi procedi per ore,senza renderti conto che l’orologio sta camminando, che ti eri ripromesso di uscire per un acquisto o per la spesa e sei ancora qui. Sei rimasto a scrivere tutto ciò che ti attraversava la mente e ora non vedi l’ora di rileggere. Ma intanto devi pranzare e poi pasticciare di qua e di là in casa. A volte mi capita di riprendere la scrittura nel pomeriggio o nel tardo pomeriggio,correggi e vai avanti nell’invenzione. Ma qui ormai è la storia che ti aiuta,ti fa da corrimano,ti guida, ti prende la mano. Devi soltanto metterle un freno.
Per molti anni la mia compagna di scrittura è stata la sera. Non volava una mosca,oppure il ronzio del televisore che arrivava ovattato dal salone mi faceva compagnia. Quante ore di solitudine ho trascorso! E non me ne sono accorto. E quante ore ho rubato e negato a chi mi stava attorno. Andavo avanti nella notte, circondato dal silenzio. Tante volte mi sono accorto tardissimo che si erano fatte le tre,le quattro. Scivolavo nel letto con soddisfazione e stanchezza,preoccupato dal fatto che a breve avrei dovuto alzarmi e andare a lavorare o preoccupato dal fatto che lo stravolgimento delle ore di sonno mi avrebbe stravolto anche il giorno successivo. Purtroppo,ho capito nel tempo,la scrittura non è amica della vita di società e di gruppo. E’ una vita parallela nella quale ti inventi un surrogato di società,ti inventi dei fantasmi che ti terranno compagnia per tutto il tempo della stesura del libro. Diserti il cinema,i party,le riunioni di condominio e di festa. Le cerimonie a cui non devi mancare diventano dei perditempo,dei furti di tempo e le persone che sei costretto a frequentare sono i tiranni che ti sottraggono ai tuoi incontri privati con una società che tu ti sei scelto,a cui tu stai dando vita. Un mondo altro che convive col tuo e che ti fa apparire in quello reale sempre come uno zombi, un marziano. Nel tuo mondo sei onnipotente,stabilisci tu l’andamento della conversazione, dei ritmi, nel mondo reale sei un invitato, una sorta di comprimario nel quale fai fatica talvolta a trovare le battute giuste,gli argomenti,il tuo posto,la ragione stessa dello stare lì,così a zingarare o a sparare giudizi di politica,frasi di circostanza, per mantenere in vita la conversazione e la necessità, a volte il piacere, di partecipare alla discussione e alla convivialità.

https://www.lasiritide.it/article.php?articolo=16620

Cittadinanza onoraria ai membri del Comitato per il Millenario a Melfi
9/09/2021

Cittadinanza onoraria ai membri del Comitato Nazionale per le celebrazioni del millenario di fondazione della città fortificata di Melfi (1018-2018). Nel corso dell’assise consiliare di questa mattina il sindaco di Melfi, Livio Valvano, ha conferito al Prof Cosimo Damiano Fonseca, al Prof. Pietro Dalena, al Prof Francesco Panarelli ed al Prof Raffaele Nigro la massima onoreficenza cittadina. Presente alla cerimonia il Sen. Ortensio Zecchino già più volte Ministro della Repubblica e specialista in storia del diritto medievale.

“Personalità eccellenti del mondo della cultura – ha detto Valvano – con particolare riferimento alla storia per aver promosso una ricerca scientifica, divulgato e fatto conoscere la Città di Melfi, facendo risaltare l’importanza e la bellezza della Città ripercorrendo le varie epoche della sua storia ed in particolare quella Longobardo- Bizantina, Normanna e Sveva, ponendo particolare attenzione ed esaltando il valore altissimo del suo patrimonio storico-artistico e culturale e la preziosità dei suoi monumenti”.

Cosimo Daminano FONSECA

Dopo gli studi in Teologia a Napoli, ha conseguito il dottorato in Teologia e in Storia alla Cattolica di Milano. E’ stato successivamente assistente di Cinzio Violante e ha insegnato Storia medievale presso varie università, tra cui Lecce e Bari. E’ stato tra i primi a studiare la civiltà rupestre del Mezzogiorno d’Italia, dando alle stampe numerose pubblicazioni e dando luogo a convegni biennali sull’argomento. Tra i fondatori del Centro Sudi Normanno Svevi della Puglia, nel 1982 Mons. Fonseca è stato chiamato a fondare l’Università della Basilicata, dove è stato Rettore per tre mandati, fino al 1994. Per i suoi meriti è stato nominato membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, dopo la carica di socio della Pontaniana di Napoli.
Collaboratore dell’Enciclopedia Treccani, è stato tra i fondatori dell’Enciclopedia Federiciana, al fianco di Ortensio Zecchino.
Dal 2016 è entrato a far parte in qualità di Presidente del Comitato per le celebrazioni del millenario della fondazione della fortificazione di Melfi, offrendo un contributo imprescindibile agli studi sulla presenza di Longobardi, Bizantini, Normanni e Svevi nell’area del Vulture e contribuendo alla nascita di tre convegni internazionali sul tema e alla diffusione della conoscenza della città nelle università europee e promuovendo gli studi sulla città di Melfi e l’orgoglio di appartenenza tra i suoi stessi cittadini.

PIETRO DALENA

Dopo la laurea in Lettere Moderne conseguita presso l’Università di Bari, Pietro Dalena si è specializzato in Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato del Capoluogo Pugliese e successivamente in Storia dell’Arte presso La Sapienza di Roma.
Dal 1983 è stato ricercatore presso l’Università della Calabria, dove ha insegnato Storia della Chiesa Medievale e Moderna e Geografia storica dell’Europa Medievale. Oltre a numerose pubblicazioni sulle Istituzioni politiche, religiose, ambientali dell’età medievale, Dalena si è specializzato nello studio della viabilità e dei flussi di pellegrini nei tempi remoti e ha diretto varie collane di studi relativi alle discipline da lui insegnante, presso editori calabresi e pugliesi.
E’ stato insignito dei premi Basilicata e Gaetano Cingari per gli studi meridionalistici ed è stato nominato Prorettore dell’Università di Cosenza. Ha collaborato all’Enciclopedia Federiciana e agli scavi archeologici di numerosi siti medievali, tra cui Casalrotto e Mottola.
Dal 2016 è membro del Comitato per il Millenario della fondazione di Melfi, una città verso cui ha mostrato un profondo amore, accettando di tenere incontri e presentazioni di volumi al di fuori dell’impegno istituzionale. Una città verso cui ha convogliato l’attenzione di studiosi e docenti italiani e stranieri e tra cui ha diffuso la conoscenza dei beni architettonici e storici del territorio.

Francesco PANARELLI

Nato a Giovinazzo si è laureato in Storia con Cinzio Violante e Vera von Falkenhausen e si è perfezionato con un Dottorato presso la Scuola Normale di Pisa. Dopo essere stato borsista a Tübingen e a Roma, si è trasferito per un decennio a Bologna e per oltre un anno a Monaco di Baviera con un dottorato di Historica.
Dal 1995 lo troviamo presso l’Università della Basilicata, dove è professore ordinario di Storia medievale e attualmente è Direttore del Dipartimento di Scienze Umane. Membro dei comitati scientifici di numerose riviste, è anche membro del Consiglio scientifico della Commissione Internazionale per la Storia delle Città, del Centro studi sulla Storia degli insediamenti monastici europei presso l’Università Cattolica di Milano e di Dresda e dal giugno 2021 è Presidente della SISMED, la Società Italiana degli Storici Medievisti.
Ha pubblicato un numero considerevole di monografie, articoli e recensioni, occupandosi prevalentemente di storia del Mezzogiorno italiano in età medievale, con una particolare attenzione per l’età normanna e sveva; di storia delle città del Mezzogiorno e delle istituzioni ecclesiastiche; di storia del monachesimo; di problemi legati all’insediamento rupestre.
Francesco Panarelli è oggi un’anima portante della vita culturale lucana e dell’università di Basilicata e non ha fatto mancare il suo apporto negli aspetti organizzativi del Comitato nazionale del Millenario, con una presenza e una passione costanti per i quali la città di Melfi gli è grata.

Raffaele NIGRO

Originario di Melfi, Raffaele Nigro vive a Bari dal 1967, dove è stato allievo di Michele Dell’Aquila e di Edda Ducci. Laureatosi con una tesi sulle strutture narrative di Theodor Dostojevskij, ha scritto saggi su Francesco Berni e sul Burchiello per il Poligrafico dello Stato, pubblicando una serie di romanzi con Camunia, Mondadori, Giunti e Rizzoli.
Si è aggiudicato il Supercampiello nel 1987 con I fuochi del Basento, un romanzo tradotto in molti paesi e che ad oggi ha superato il milione di copie, ottenendo successivamente per Malvarosa premi come Mondello, Biella, Flaiano, Selezione Campiello.
Per Rizzoli ha pubblicato anche un saggio sulla letteratura internazionale sul banditismo e da ultimo un saggio sulla Letteratura dell’Inquietudine nel Novecento italiano.
Testi che gli hanno valso le lauree ad honorem in Lettere e in Sociologia delle università di Foggia e di Malta. Giornalista Rai, ha scritto per il teatro e il cinema, lavorando con Arnoldo Foà, Sergio Rubini, Michele Placido e Giorgio Albertazzi, è stato Direttore e Caporedattore della sede Rai della Puglia e ha accettato di lavorare a Melfi come assessore alla Cultura, prodigandosi per ottenere il riconoscimento del millenario dal Ministero dei Beni Culturali.

LIBRI DI RAFFAELE NIGRO

Melfi Potenza, 1947) scrittore e saggista italiano. La ricca produzione saggistica riguarda soprattutto la storia e la cultura di Basilicata e Puglia (Basilicata tra Umanesimo e Barocco, 1981). I toni dell’epopea popolare si affermano nel romanzo storico I fuochi del Basento (1987, premio Campiello); mafia e corruzione sono invece i temi di Ombre sull’Ofanto (1992, premio Grinzane); corposo romanzo che rivisita i «cunti» fantastici seicenteschi è Dio di Levante (1994); Diario mediterraneo (2000) affronta il tema dell’incontro-scontro tra le culture che si affacciano sul «mare nostrum»; Malvarosa (2005) dipinge un meridione nel difficile passaggio alla modernità. È autore anche della raccolta di racconti I piantatori di Lune (1991)

“Civiltà Appennino” di Raffaele Nigro e Giuseppe Lupo

Recensione a: Raffaele Nigro e Giuseppe Lupo, Civiltà Appennino. L’Italia in verticale tra identità e rappresentazioni, a cura della Fondazione Appennino, Donzelli Editore, Roma 2020,

abbia prodotto uno spazio vivo, ricco di tradizioni, linguaggi e letteratura. Quest’ultimo punto, molto caro ai due autori, raramente riceve l’attenzione che questo libro invece gli riserva. Infatti, chi vede nell’Appennino, e nella montagna in generale, un luogo dove il solo lavoro fisico trova spazio è fuori strada: le terre alte contribuiscono attivamente ad arricchire il patrimonio culturale del Paese. Nigro e Lupo catalizzano l’attenzione su questo punto, riconoscendo la vivacità intellettuale e il valore di questi territori. Ne è prova il fatto che numerosi autori di rilievo nazionale, da Mario Rigoni Stern a Ignazio Silone, passando per Paolo Volponi e Raffaele Crovi, abbiano trovato dimora nelle montagne dell’Appennino, da Nord a Sud.
La descrizione del paesaggio nelle pagine di Civiltà Appenino è minuziosa, carica di particolari che i frequentatori di questa parte d’Italia percepiranno di certo con familiarità. Il viaggio attraverso sentieri e borghi procede moderato con lo scorrere dei capitoli, emulando il passo dei camminatori che si aggirano lungo pendii appenninici. È un ritmo decelerato se confrontato al movimento convulso delle città – e forse anche di alcune vallate alpine abbracciate dal turismo di massa, verrebbe da dire –, che lascia ancora spazio alla riflessione. Così in Appennino i dettagli hanno la stessa importanza del panorama, la possibilità di sorpresa si nasconde in aspetti normalmente declassati a piccolezze. «Tutti i toni del verde» (p.35), per esempio, degli uliveti del Sud Italia e delle coltivazioni tipiche di legumi e cerali.
Sorprende la varietà di vegetazione che si incontra, passando in poche ore da arbusti a faggete, abetaie e pascoli in quota. E poi il silenzio, una risorsa ormai rara, interrotto saltuariamente dal rumore di un animale o dal saluto di qualche escursionista. L’Appennino è stato per secoli un «nascondiglio dell’anima» (p.26) nell’Italia cristiana del Medioevo, come testimoniano i numerosi monasteri e conventi incastonati su di esso. Una spiritualità che è rimasta anche oggi – più secolarizzata, ma pur sempre forte. I cammini di pellegrinaggio del passato rivivono nuovi fasti, portando sempre più escursionisti su mulattiere e vecchie strade malandate, alla ricerca di quella pace che le montagne riescono a trasmettere.
Attraversare l’Appennino porta poi a misurarsi con la Storia d’Italia. Si raggiungono fortificazioni medievali, come l’iconica Rocca Calascio, che svetta a oltre 1.500 metri di altitudine sulle vallate aquilane; si attraversa la Linea Gotica e i suoi terreni di battaglia, segnati da targhe e monumenti in ricordo delle migliaia di italiani caduti in battaglia o nelle stragi nazi-fasciste; si oltrepassano case ormai diroccate lungo i sentieri, rimaste lì a testimoniare vite difficili vissute aggrappati a versanti scoscesi e ostili. Ci si cala nel passato con gli occhi di oggi, insomma, muovendosi fra storia nazionale e micro-storie dei suoi abitanti che hanno animato le valli ormai largamente spopolate.
Le parole di Giuseppe Lupo – scrittore e professore di letteratura italiana e contemporanea all’Università Cattolica di Milano e Brescia – ci ricordano come l’Appennino sia una «terra inquieta», segnata dai terremoti. Per Lupo «le sue incertezze geologiche, i suoi sussulti tellurici sono il segno di una capricciosa volubilità, di un carattere ilare e ballerino che probabilmente deriva dal non avere un’identità riconosciuta, dal possedere un volto ancora magmatico, indefinito, non del tutto assodato dal trascorrere dei secoli» (p.94). Ad acuire il senso di incertezza si sono aggiunte ricostruzioni lente o fallimentari, occasioni di rilancio perse che nulla hanno fatto per dare un futuro alle genti dell’Appennino.
Eventi sismici e una povertà estrema – si pensi alle pagine di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, o a Fontamara di Silone – hanno fatto dell’Appennino, in special modo nella sua parte meridionale, una terra di emigranti. Nonostante questo perenne stato di avversità non manca quello che Ignazio Silone definiva il «mal d’Appennino», la volontà di tornare sui propri passi per ritrovare la propria casa. È un legame che molti portano dentro anche oggi, combattuti fra il benessere che altre parti di mondo possono offrire e il desiderio di tornare a riabitare quei luoghi così difficili. Il ritorno alle proprie radici rimane però un’utopia se non si programmano interventi di contrasto a quelle cause di emigrazione ormai ben note.
Capita così che a riportare nuova vita a paesi dell’Appennino, non solo a Sud, siano invece i migranti, la cui presenza in regioni come Umbria, Veneto ed Emilia-Romagna ha ormai superato il 10% della quota di popolazione residente in montagna[1]. Un processo che ne aumenta ulteriormente il peculiare bagaglio linguistico. L’Appennino vanta difatti una moltitudine di lingue assai differenti, come i franco-provenzali di Celle di San Vito e Faeto o le comunità arbëreshë instauratesi nel Sud Italia dall’Impero Ottomano del Quattrocento (p.77). A riprova di un patrimonio culturale ricco, fatto di lingue e dialetti diversi, con le loro tradizioni sopravvissute nei secoli.
Civiltà Appennino, nonostante il numero contenuto di pagine, fornisce una visione completa e in parte originale di quello che la spina dorsale d’Italia rappresenta, con le sue fragilità e i suoi punti di forza. Lupo e Nigro, anche in virtù della loro formazione, credono molto nel ruolo della scrittura per la valorizzazione dell’Appennino, tant’è che il lettore troverà un numero notevole di riferimenti letterari collegati alla storia di questo territorio. Le pagine conclusive del volume che delineano il «Manifesto di una scrittura appenninica», alla base della concezione degli autori e di Fondazione Appennino, rimarcano questa idea. Un lavoro intellettuale di contrasto alla logica deterministica che vede nell’Appennino un pezzo irrecuperabile di Italia, destinato allo spopolamento, è senza dubbio importante nel tentativo di invertire la rotta. Qualcosa si sta muovendo in tal senso, grazie al lavoro di Fondazione Appennino – attiva anche con una rivista omonima al volume trattato – e di altre associazioni impegnate nella valorizzazione delle aree interne. Sul piano politico va riscontrata un’attenzione maggiore rispetto a pochi anni fa, con gli interventi legati alla Politica di Coesione e alla Strategia Nazionale per le Aree Interne che cominciano a sortire i primi effetti[2].
Un aiuto sta venendo dai giovani, che attraverso iniziative come Va’ Sentiero[3] contribuiscono a promuovere parti di Paese rimaste da tempo fuori dai riflettori del turismo e della politica. Il coinvolgimento delle nuove generazioni è centrale per dare una prospettiva alle aree interne. Ciò implica un ammodernamento necessario, soprattutto per quanto riguarda la connessione Internet, ormai servizio essenziale in ambito lavorativo – basti pensare alla crescita dello smart working durante la pandemia e alle prospettive che potrebbe offrire alle aree interne[4].
Vi sono insomma diversi punti per sviluppare il potenziale dell’Appennino, da una valorizzazione migliore di ben dodici parchi nazionali all’adeguamento tecnologico che gli attuali tempi di svolta radicale richiedono. Civiltà Appennino dimostra che anche il potenziale culturale non manca. Non resta che rimboccarsi le maniche.

————————————————-

[1] Daniela Luisi e Michele Nori, Gli immigrati nella Strategia aree interne, «Dislivelli», 1 febbraio 2016.
[2] Alcuni esempi di progetti europei per lo sviluppo montano sono disponibili in: https://opencoesione.gov.it/it/pillole/data-card-montagna/
[3] Va’ Sentiero è il progetto portato avanti da un gruppo di giovani che hanno attraversato per oltre 7.000 km le venti regioni italiane, ridando vita al Sentiero Italia. Per approfondire: https://www.vasentiero.org/
[4] Luisa Corazza, Aree interne e lavoro: la grande sfida dello smart working al tempo della pandemia, «Civiltà Appennino», 20 dicembre 2020.

Scritto da Riccardo Ottaviani
Nato a Cesena nel 1994. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna, dove attualmente studia Sviluppo Locale e Globale. Si interessa politica europea e Nord Europa.

Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway
Raffaele Nigro Rizzoli 2010

Viaggio in Basilicata,
Raffaele Nigro, Adda, 2016

Poeti e baroni nel Rinascimento lucano,
Raffaele Nigro, Osanna Edizioni1997

La Puglia e il Mediterraneo. Dialoghi mediterranei.
Ediz. illustrata, Raffaele Nigro, Adda 2009

Gli dei sono fuggiti,
Raffaele Nigro, Progedit 2020

POTREBBE INTERESSARTI