FIZZAROTTI ANGELO

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FIZZAROTTI ANGELO

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Bari, 1909 – 1995

FIZZAROTTI ANGELO e suo zio EMANUELE, imprenditori e politici in vista per le loro attività di rilievo in ambito non solo locale, testimoniate dal famoso palazzo Fizzarotti in Corso Vittorio Emanuele in Bari, qui riportato in copertina del libro “Mio Padre Angelo Fizzaratti” curato da Santa Fizzarotti Selvaggi

Angelo Fizzarotti, figlio di Raffaele Fizzarotti e Santa Tomasicchio è discendente diretto di una delle più illustri famiglie baresi che nella prima metà del Novecento molto contribuì allo sviluppo della città di Bari e della Regione Puglia: d’altra parte il palazzo Fizzarotti è il simbolo dell’amore della famiglia per l’operosità della gente di Puglia e della sua storia.
Nota era la sua ammirazione per lo zio Emanuele, fratello di suo padre Raffaele. Non
a caso le sorelle di Emanuele, negli anni ’90, lo vollero amministratore delegato del loro patrimonio.
Si laureò in Scienze economiche e commerciali presso l’Università degli Studi a Bari.
Nel 1934 vinse due concorsi pubblici al Comune di Bari e al Ministero degli Interni; scelse il Comune di Bari per il grande affetto che lo legava ai suoi genitori, in caso contrario, infatti, avrebbe dovuto lasciare Bari per trasferirsi altrove.
Nel 1936 fu uno dei fondatori della F.U.C.I. di Bari. Collaboratore di padre Santoro che gli affidava i commenti per il Vangelo della Domenica.
Ha vissuto i momenti drammatici della Seconda Guerra Mondiale prestando servizio con coraggio e forte senso del dovere a Porto Empedocle alla XXII Legione Milizia artiglieria controaerei quale Comandante interinale della Batteria vivendo nei fossati delle trincee. In quel periodo, date le condizioni malsane e difficili del luogo delle operazioni militari, contrasse la malaria.
Nel 1944, insieme a suo fratello Nicola, fondò la Ditta Farmaceutica “Dott. Nicola Fizzarotti ”, in quel tempo fra le maggiori ditte farmaceutiche della Regione.
Amico da sempre e collaboratore di Aldo Moro, organizzò a Bari nel 1937 presso il Teatro Petruzzelli il Congresso Nazionale degli Universitari Cattolici (F.U.C.I.) con la partecipazione di Padre Gemelli. In seguito a questo evento Aldo Moro fu nominato Presidente nazionale della F.U.C.I.; la loro indistruttibile amicizia è stata un esempio per tante persone e generazioni.
Su invito di Aldo Moro accettò il ruolo di segretario politico della Sezione di Carbonara dal 1957 al 1964, e questo fu un periodo fecondo di idee e progetti per la Democrazia Cristiana in ambito locale. Nel 1960 fu eletto Consigliere Provinciale ed ebbe i seguenti incarichi: Consigliere di Amministrazione presso l’Istituto Aut. Case Popolari; Consigliere di Amministrazione presso l’Ente Fiera del Levante; Presidente dell’Istituto prima Infanzia.
Nel 1965 fu riconfermato al Consiglio Provinciale di Bari con incarico di Assessore alla Cultura, Sport e Turismo. Fu componente dell’Ente Provinciale del Turismo.
Curò, insieme al Presidente della Provincia prof. Matteo Fantasia,
i rapporti tra lo stato di New York e la provincia di Bari, oltre a incrementare le relazioni turistiche con la Croazia e il Montenegro in un periodo storico non facile.
Dal 1971 al 1976 fu eletto Consigliere al Comune di Bari con l’incarico di Assessore alla Polizia Urbana e Traffico e successivamente alla Cultura e Decentramento.
Negli anni Settanta è stato consigliere della Dalmine, appartenente al Gruppo IRI.
Collaborò a diverse realizzazioni, quali l’istituzione della Orchestra della Provincia, ora Metropolitana, dell’Auditorium presso il Conservatorio “N. Piccinni” auspicato dal Maestro Nino Rota.
Da ricordare la sua intuizione della necessità della zona pedonale (Via Sparano e il Quartiere murattiano) e successiva realizzazione dell’area di Via Sparano, l’agibilità di alcune strade, il decentramento, la riflessione sul ruolo delle Arti nell’educazione
dei giovani e nella crescita dell’intera comunità.
Dal 1980 al 1985 fu Consigliere anziano dell’Ospedale Provinciale in Oncologia per il quale si è battuto per il riconoscimento in Istituto di Ricerca Scientifica, oggi IRCCS, Istituto Tumori Giovanni Paolo II, consapevole dell’importanza del ruolo della ricerca in oncologia e soprattutto del prendersi cura dei pazienti.
Tra i fondatori del Serra Club a Bari, nel ruolo di appassionato Presidente, ha organizzato convegni e incontri di livello nazionale credendo nella necessità di sostenere le vocazioni sacerdotali.
Autore di pubblicazioni tra le quali si ricordano: Turismo e sport in terra di Bari, Mezzina, Molfetta, 1970 e gli Atti del I Convegno sull’Arte Moderna, Edizioni Levante, Bari 1976. Tante sono state le sue idee, compresa anche l’ipotesi di nuove e funzionali viabilità nelle aree più affascinanti della Regione Puglia, di più agevoli collegamenti stradali con le vicine regioni di Basilicata e Calabria, onde facilitare scambi culturali e turistici: e oggi è possibile affermare che le sue idee trovano oggi consensi e realizzazioni.
Valido esempio di esponente della società civile prestato alla politica era capace di dialogo con le opposizioni e le varie formazioni e di partito e politiche, poiché riteneva che soltanto con il dialogo fosse possibile operare per il bene del cittadino e della comunità intera.
Ha molto amato la sua famiglia, la moglie Carmelina Battista e la sua unica figlia, Santa, nutrendo grande affetto per il genero Francesco Paolo Selvaggi

A lui la figlia Santa ha dedicato la poderosa ricerca ed il suggestivo libro “FIZZAROTTI ANGELO, con la passione per la politica e la musica”, nella cui Premessa viene riportato che l’idea del libro sul padre è partita da una richiesta rivolta dal padre alla figli Santa di scrivere un libro sulla sua vita – il libro che forse lui avrebbe voluto scrivere ma per il quale ormai si accorgeva di non avere più tempo.
La pronta risposta positiva della figlia lo aveva indotto a scrivere un diario, ad annotare riflessioni e pensieri, indicando chiaramente luoghi, uomini e cose.
Si può ben dire che in questo modo si è realizzato un significativo passaggio generazionale di mantenimento e valorizzazione della memoria storica familiare, primo presidio fondamentale della memoria storica locale e regionale.

Non a caso l’avv. Giovanni Ramunni nella presentazione del libro inizia con il dire che “ Nello sfogliare le pagine di questo affascinante libro emergono tracce, voci e ricordi della vita di una famiglia ed in particolare di un uomo che ha lasciato i segni del suo impegno, della sua sensibilità e generosità.
L’uomo dalle mani magiche è un inno agli affetti, alla famiglia, ai valori civili e sociali.
Santa Fizzarotti Selvaggi, la coraggiosa autrice, fra l’altro, de Il luogo amato dell’Arte, che ha ottenuto riconoscimenti dalla critica italiana ed internazionale, scrive che «i sentimenti sono i veri protagonisti del racconto», ragione per cui non è stato facile esprimerli. Attraverso la storia della sua famiglia, Santa Fizzarotti Selvaggi narra una parte importante della storia della città di Bari in questo secolo ventesimo; e alcune di queste vicende si intrecciano con la storia dell’intero Paese.
La Musica, infatti, attraversa tutto il racconto della vita di un uomo, Angelo Fizzarotti, che “aveva le mani magiche” e conosceva i segreti della stessa musica in modo spontaneo e geniale. Un uomo che esigeva per sé e per gli altri sempre un lavoro di grande qualità, insieme alla tenacia ed alla determinazione nella risoluzione dei problemi; il suo impegno civile, politico, sociale, culturale e umanitario è stato straordinario per i valori di lealtà e di onestà che lo hanno sempre contraddistinto.” Più avanti viene ricordato che “Angelo Fizzarotti è sempre stato al servizio della sua città, delle istituzioni, della gente, delle persone meno fortunate, dei bambini ai quali riservava carezze ed affetto.
Il suo pensiero politico, oggi, ci appare estremamente moderno ed attuale. Egli affermava: «Le città sono i cittadini: gli uomini con i loro travagli intimi, con i loro bisogni di vita, con le esigenze profonde di orizzonti sempre più avanzati. Nel nostro Paese, per una tradizione, che ovviamente con l’autenticità della tradizione non ha nulla a che vedere, la cultura è stata “territorio” di pochi, caratteristica e segno distintivo di privilegiati. Ma cosa può significare questa cultura “ufficiale” di pochi? Cosa significa una cultura fine a se stessa, quando la cultura invece è essenzialmente
apertura di se stessa agli altri, linguaggio universale di comunità di intenti che non divide, ma anzi unisce? Non può avere alcuna valenza di civiltà un’attività culturale che non sia espressione della condizione storica di una realtà cittadina sempre più complessa e che in essa si inserisca per modificarla e migliorarla».
Il suo pensiero era intriso di umanità e di bontà; e a me piace ricordarlo così… mentre il suo sguardo sfiorava l’orizzonte lontano, ricco di sempre nuovi traguardi umanitari, sociali e civili.
Nel chiudere la significativa presentazione l’avv. Ramunni sottolinea che “Santa Fizzarotti Selvaggi, dunque, ha compiuto un’opera meritoria raccontando, con serietà ed impegno, la storia di suo padre: «un uomo che oltre alle mani magiche aveva un cuore molto generoso.”
Tra le numerose vicende descritte del libro in quanto “ritrovate nella palude dei ricordi nell’universo infinito della memoria” va segnalata “un’amicizia straordinaria”: “Mio padre aveva conosciuto Aldo Moro quando questi, insieme con il fratello Alberto, si era iscritto – nei primi mesi del 1935 – al Circolo della F.U.C.I. di Bari, la cui sede era in Piazza Garibaldi, presso il Convento dei Padri Domenicani annesso alla Chiesa di S. Francesco di Paola (ora SS. del Rosario).
Aldo Moro era venuto a Bari nella tarda estate del 1934, proveniente da Taranto, donde la sua famiglia era stata trasferita. Appena diciottenne – era nato a Maglie, in provincia di Lecce, il 23 settembre 1916 – si era iscritto al primo anno della Facoltà di Giurisprudenza dell’Ateneo barese per l’anno accademico 1934–35”.
Più avanti viene ricordato che “Da quell’incontro sarebbe nata tra loro, ed in particolare tra mio padre e Aldo Moro, una profonda e fraterna amicizia che sarebbe durata tutta la vita, senza affievolirsi mai e senza mai la più piccola incomprensione o la più piccola ombra che ne offuscasse la solare bellezza e la “nobiltà del cuore”.
Santa Fizzarotti ricorda che suo padre ebbe così a ricordare il grande amico a qualche anno dalla sua morte “In noi giovani Aldo suscitava ammirazione per la sua cultura, umiltà, squisita signorilità nel tratto: requisiti questi, che difficilmente si riscontravano nei giovani di quell’epoca”
Per questo essa, col passar degli anni e nel succedersi degli eventi che avrebbero coinvolto – pur in modi diversi – entrambi, lungi dall’affievolirsi o dal disperdersi, si sarebbe rinsaldata e, superando i confini del rapporto personale, si sarebbe trasformata in rapporto di familiarità aperta e cordiale, priva di qualsiasi convenzionalità.
Viene ricordato che “Aldo Moro, infatti, prima e dopo essersi trasferito a Roma, prima e durante gli anni della sua ascesa ai vertici della vita politica e del governo del Paese, avrebbe “frequentato” la nostra casa quasi tutte le volte che – venendo a Bari come deputato del collegio o come segretario nazionale del suo partito, o talvolta in visita privata – i suoi tanti e sempre più intensi ed onerosi impegni glielo avrebbero consentito per vivere – soleva dire lui – una pausa di tranquillità e di riposante calore umano!

Aldo Moro ed Angelo Fizzarotti, Bari 1937

E la “storia” di questa singolare e preziosa amicizia – durante la quale tutta la mia famiglia ha avuto la straordinaria ventura di cogliere, arricchendosene spiritualmente, gli aspetti più nascosti e più veri dell’umanità di Aldo Moro – si racchiude tra due date: quella del 13 novembre 1938, quando Moro si laureò e festeggiò l’avvenimento – come da racconti familiari – anche in casa di nonna Santa e quella dell’11 febbraio 1978, quando Moro venne in privato per l’ultima volta a Bari in occasione dei funerali del prof. Nicola Dell’Andro, fratello di Renato, suo allievo prediletto.
Ed in questo arco di tempo: la “storia” di un uomo eccezionale, con la quale si intreccia la storia di un intero Paese.
Fino a quel 16 marzo 1978 giorno del sequestro di Aldo Moro.

Le origini di casa Fizzarotti

Nel libro viene precisato che “E’ fuor d’ogni dubbio la presenza a Napoli della famiglia Fizzarotti, ivi giunta dalla Spagna tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento.
Nella prima metà di tale secolo il mio bisnonno Alfonso Fizzarotti si trasferì a Lecce dove, nel 1857, sposò Consiglia Corallo, dalla quale ebbe ben dodici figli.
Da Lecce, sul finire del 1877, Alfonso e la sua numerosa famiglia si trasferirono a Bari.
Qui il primogenito Emanuele – nato a Lecce il 28 marzo 1859 – dopo un breve, ma coinvolgente ed efficace “apprendistato” in una importante ditta di commissioni e di rappresentanze commerciali, nel 1880 decise di avviare in proprio analoga attività fondando la Ditta E. Fizzarotti.
Forte delle esperienze maturate fino ad allora, egli affrontò con audace disinvoltura e spirito di intraprendenza – inconsueti in un giovane poco più che ventenne – quel particolare settore commerciale. Concessioni, rappresentanze di ditte italiane ed estere, varie e proficue attività manageriali proiettarono, in breve tempo, la nuova impresa verso traguardi sempre più ambiziosi. L’intelligenza vivacissima e lo straordinario senso degli affari assicurarono ad Emanuele Fizzarotti una serie ininterrotta di successi economici.
Imprese commerciali di sempre più vasto respiro e operazioni finanziarie altrettanto audaci, quanto redditizie, portarono zio Emanuele alla ribalta del mondo economico e finanziario di Bari, imponendolo alla considerazione degli imprenditori e degli operatori economici e facendo di lui un punto di riferimento in tutte le vicende dell’economia e della finanza della città.
Ma, se il già vasto campo degli interessi e dell’attività di zio Emanuele era quello dei commerci e della finanza, non è da credere che egli ignorasse o si disinteressasse degli altri aspetti (e dei loro relativi problemi) del processo di crescita culturale, civile e sociale di Bari e della sua provincia. Anzi! A partire, infatti, dal 1898 egli fece parte del Consiglio Comunale di Bari in un periodo – il primo ventennio del nuovo secolo – particolarmente complesso e determinante, anche sul piano socio-politico, per l’avvenire della città.
Non si deve dimenticare che dal 1915 al 1918 il nostro Paese fu coinvolto nella prima guerra mondiale, le cui terribili e devastanti conseguenze, ovviamente, si sarebbero riversate anche su tutta la vita della città: e non soltanto di essa.
Riprendendo il nostro discorso, problemi di enorme importanza, capaci di condizionare fortemente l’ulteriore sviluppo dell’economia cittadina (acquedotto, porto e punto franco, università ecc.), benché posti ed affrontati da tempo in tutte le sedi competenti, erano ancora lontani dall’essere risolti. Ad esse, alla loro definitiva soluzione Emanuele Fizzarotti finalizzò la sua opera di pubblico amministratore.
Eletto per la prima volta – come s’è poc’anzi accennato – al Consiglio Comunale il 26 novembre 1898, da tale data e fino al 17 agosto 1900 fu assessore nella Giunta guidata dal Sindaco on. avv. Giuseppe Capruzzi. Rieletto il 23 gennaio 1902, fece parte attiva dell’Amministrazione retta, prima dall’on. avv. Nicola Di Tullio (23.1.1902-27.8.1902), poi dall’avv. Giuseppe Signorile (18.9.1902-21.3.1904) ed infine dall’avv. Giuseppe Re David (21.3.1904-8.8.1904): durante quest’ultimo periodo Emanuele Fizzarotti fu ancora una volta assessore.

Dopo una parentesi di dieci anni, il 16 luglio 1914 egli tornò in Consiglio Comunale e ne fece parte fino al 22 ottobre 1920, essendo Sindaci successivamente l’avv. Nicola Bavaro (16 luglio – 17 settembre 1914) ed il dott. Giuseppe Bottalico (10.10.1914-29.11.1920).
Delle molteplici attività svolte da Emanuele Fizzarotti vengono segnalate le più emblematiche dell’eccezionale e poliedrica personalità di Emanuele Fizzarotti. Di un uomo geniale – cioè – dotato di una volontà e di una tenacia che – come avrebbe scritto di lui la Gazzetta delle Puglie del 2 marzo 1926, pochi giorni dopo la sua morte avvenuta a Roma il 28 febbraio – ebbero pochi esempi in quella generazione. Un self made man, come dicono gli inglesi. Uomo d’affari abilissimo, spirito di praticità ammirevole, lottatore meraviglioso e vittorioso.
Emanuele Fizzarotti è descritto come “Fedele a se stesso e forte della passione, che lo animava per lo studio e lo svolgimento dei problemi e della fede nelle personali soluzioni che gli si delineavano nella mente dopo le fervide ricerche zio Emanuele informò a tali realtà interiori tutta la sua attività politico-amministrativa: come, peraltro, aveva sempre fatto per la sua attività imprenditoriale.
Rilevante, in tal senso, e significativamente costruttivo fu l’apporto di idee e di iniziative, da lui offerto nella realizzazione dell’Acquedotto Pugliese, in appoggio all’azione della “Commissione per lo studio e la progettazione” di detta opera grandiosa, composta dagli on.li avv. Nicola Balenzano e Poerio Matteo Renato Imbriani, e presieduta dall’on. Giuseppe Pavoncelli (1895-1897).
Non meno degno di menzione fu l’impegno profuso dal “banchiere barese” per l’ampliamento del porto, per il potenziamento delle sue strutture e per il suo raccordo con la ferrovia, nonché per la istituzione di un punto franco..
Ma Emanuele Fizzarotti, oltre che uomo d’affari illuminato ed energico, era cittadino e amministratore pubblico lungimirante, attento a cogliere nel presente tutti i segni del nuovo che – non soltanto sul piano economico e sociale, ma anche su quello della crescita civile e culturale della città – i tempi annunciavano.
Al Comm. Fizzarotti non era sfuggito, infatti, che – tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento – contemporaneamente alla crescita demografica e dell’attività terziaria, a Bari era venuta diffondendosi una sempre più forte e larga domanda di cultura superiore, universitaria: soprattutto quella letteraria e giuridica. Alle spalle, insomma, della preesistente e ristretta cerchia di intellettuali e di liberi professionisti premeva una nuova generazione di giovani appartenenti alla borghesia urbana ed a quella terriera dell’hinterland della provincia, ai quali la città-capoluogo non offriva un’organica e più ampia struttura accademica, adeguata alle esigenze di una società in rapida evoluzione.
«Bari – egli scriveva nel suo contributo alla redazione del volume “Bari MDCCCXIII-MCMXIII”, con il titolo “Bari nel secolo XX” – aspira, e giustamente, a diventare il centro universitario di tutta la regione meridionale e adriatica che per un’enorme ingiustizia distributiva è stata lasciata con i suoi quattro milioni di abitanti senza un centro di cultura superiore».
Si può facilmente immaginare quanto appassionate e quanto decise fossero le pressioni esercitate da Emanuele Fizzarotti per l’importantissima questione su tutti gli ambienti e le istituzioni competenti.
Eletto nel Consiglio provinciale, egli trasferì in quel contesto il disegno strategico che sulla erigenda università era venuto maturando.
Nel libro si ricorda che nella visione strategica dello zio Emanuele “Bari, insomma, al primato dell’attività commerciale e imprenditoriale fra le regioni dell’Adriatico meridionale avrebbe dovuto aggiungere anche quello della cultura.
Il sopraggiungere del primo conflitto mondiale – in cui, dal 24 maggio 1915 al 4 novembre 1918, fu coinvolto il nostro Paese – segnò, ovviamente, anche per lo zio Emanuele l’inizio di un periodo di relativo rallentamento non solo delle sue attività commerciali (tra l’altro, egli era in quegli anni presidente della Società Magazzini Generali di Bari, nonché dei Magazzini Generali di Foggia), ma anche di quella finanziaria.
La conclusione del conflitto mondiale trovò Emanuele Fizzarotti già decisamente impegnato nel recupero e nel rilancio delle sue attività imprenditoriali e – diremmo oggi – manageriali, pronto, perciò, ad affrontare i tempi nuovi con l’abituale audacia.
Si aprivano, infatti, nuove prospettive e nuove possibilità di espansione dell’attività commerciale ed industriale di Bari e – più in generale – dell’intera regione, la cui rilevanza e le cui potenzialità di sviluppo non potevano sfuggire agli operatori finanziari baresi.
In tale quadro storicamente si colloca l’acquisto da parte di Emanuele Fizzarotti dell’intero “pacchetto azionario della Società dell’Acquedotto di Napoli, indicato anche come Acquedotto del Serino, detenuto da un gruppo finanziario francese. Operazione quanto mai rischiosa, perché si trattava di rimettere in sesto una Società che da anni era in piena crisi strutturale, tecnica e finanziaria, resa più grave dall’incombente minaccia del crollo totale delle sue “azioni”. Operazione audace – certo! – quanto ambiziosa, ma funzionale alla realizzazione di un più ampio progetto economico-finanziario.
Nacque così, il 18 gennaio 1925, la Banca Fizzarotti S.A., avente per iscopo – così si legge nel manifestino pubblicitario – l’esercizio del credito in tutte le sue forme, proponendosi in modo speciale di concorrere alla valorizzazione delle attività industriali e commerciali delle nostre Regioni, nella fiducia di vederle integrate ed innestate al rifiorito tronco della vita economica del Paese.
Per il seguito dell’operazione il libro riporta che “La Banca decise di aprire due filiali: una a Roma e l’altra a Napoli. E, mentre ad Alfonso veniva affidata la Direzione della sede centrale di Bari, a Vittorio fu assegnata quella della filiale romana.
Purtroppo, però, la Banca – benché nata sotto i migliori auspici e con una solidità finanziaria di tutto rilievo – si trovò, a pochi mesi dall’inizio della sua attività, ad affrontare due gravissime difficoltà: quella derivante dal momento di seria turbativa del mercato finanziario provocata dal nuovo indirizzo imposto dal Governo alla politica economica e monetaria nazionale (le cui conseguenze, sempre più pesanti, non avrebbero tardato a venire) e quella riveniente dall’irresponsabile e rovinosa gestione della filiale di Napoli, che, per evitare che procurasse altri più gravi danni all’Azienda, il Consiglio di Amministrazione decise all’unanimità di chiudere nel gennaio dell’anno successivo. Esattamente il 31.1.1926!
Ma una vera e propria sciagura, imprevedibile quanto irreparabile, che, nel breve tempo, si sarebbe rivelata esiziale per le sorti della Banca, si abbatté su questa: Emanuele Fizzarotti, il suo fondatore e presidente, moriva improvvisamente a Roma il 28 febbraio 1926.
L’“uomo geniale”, il “lottatore meraviglioso e vittorioso” veniva a mancare proprio in un momento estremamente difficile della giovane esistenza della sua creatura, quando, invece la sua straordinaria esperienza di uomo e di imprenditore, insieme con il prestigio enorme e la stima illimitata di cui godeva in tutti gli ambienti economici, finanziari e politici nazionali e locali, sarebbero stati più che mai necessari per allontanare dalla Banca l’incombente crisi.
Né i tentativi e gli sforzi generosi dei figli Alfonso e Vittorio, che non esitarono perfino ad impegnare le loro disponibilità finanziarie, e le loro proprietà immobiliari – compreso il grande e stupendo “palazzo” di Corso Vittorio Emanuele – riuscirono ad arrestare il lento declino della istituzione.
Non è qui il caso di parlare delle amare vicende che la Banca ebbe a vivere fino alla dolorosa decisione di metterla in liquidazione (21 gennaio 1930), e tanto meno di quelle che si susseguirono fino al 31 maggio 1940, quando, con l’approvazione del bilancio finale di liquidazione, la Banca Fizzarotti cessò di esistere.
La descrizione di Santa Fizzarotti si completa citando il seguito della vicenda con le sue conseguenze ed i riflessi nell’ambito familiare. Infatti Santa Fizzarotti ricorda come per adempiere “non soltanto ad un obbligo morale, ma e soprattutto ad un’insopprimibile esigenza di recuperare il rispetto della verità sulle ragioni che portarono gli eredi di Emanuele Fizzarotti all’alienazione dei loro beni. Ecco, in merito, la testimonianza diretta di mio padre, il quale, in una nota di chiarimento inviata al quotidiano locale, il 7 febbraio 1995, così scriveva: “Essendo rimasto l’unico nipote di Emanuele Fizzarotti, desidero precisare che i miei cugini Alfonso e Vittorio furono costretti a cedere il palazzo, che ancora oggi è designato con il nome della nostra famiglia, per far fronte ai vari impegni derivanti dalla chiusura delle tre sedi della Banca. Esempio della serietà e del senso dell’onore di uomini di altri tempi.”

Palazzo Fizzarotti detto il palazzo delle meraviglie

Per il fascino di questo ardito palazzo che colpisce già dall’esterno è giusto riportarne la descrizione contenuta nel libro al capitolo “Il palazzo delle meraviglie”.

“Il palazzo Fizzarotti ha ospitato, nel tempo, uomini di cultura, artisti, economisti, aristocratici e rappresentanti della borghesia commerciale, insieme a persone meno fortunate, alle quali veniva tuttavia riservato uguale rispetto e considerazione aperta e sincera della loro dignità. E tutto ciò, grazie non solo alle zie ma anche alla eccezionale sensibilità di Adelina Mazzitelli, figlia di un generale di corpo d’armata, andata sposa ad Alfonso, uno dei due figli di Emanuele.
Zio Emanuele era diventato proprietario del “palazzo”, che da lui avrebbe preso il nome nel 1904, quando esso era composto dal pianterreno e dal primo piano edificati nella seconda metà dell’Ottocento.
Prima preoccupazione del nuovo proprietario erano state la trasformazione e la sopraelevazione fino al terzo piano del preesistente edificio, affidate a due progettisti romani: l’arch. Cesare Augusto Corradini e l’ing. Ettore Bernich. Essi accostarono
liberamente il gotico veneziano all’architettura pugliese del XIV secolo.
Non si trattò di ostentazione provincialistica, ma di una scelta precisa.
Molti artisti pugliesi – quale, ad esempio, lo scultore Giovanni Favia – oltre alle maestranze locali, vi furono impegnati e ne vennero valorizzati.
Per i fregi e le opere musive non mancarono maestranze provenienti da Venezia.
C’è ragione di credere che lo stile architettonico del palazzo, alquanto ardito per la città di Bari, ma comunque coerente con gli inizi del Novecento, sia stato influenzato anche dai rapporti che zio Emanuele aveva intrapreso con la “Compagnia
Italo-Americana pel petrolio”, con sede a Venezia. Di questa meravigliosa città, con la quale peraltro Bari ha sempre avuto intense relazioni, egli era letteralmente innamorato. E dell’inizio di tali rapporti conservo con grande cura un atto che è indubbiamente di valore documentario. D’altra parte, zio Emanuele era già l’agente generale per tutto il Mezzogiorno della Standard Oil Company.
Si può ben dire, dunque, che il palazzo Fizzarotti – specialmente nei primi due decenni di questo secolo – ha fatto da degna cornice al maturare di fatti ed eventi, che hanno segnato lo sviluppo economico, sociale e – come si dirà in seguito – culturale di Bari e della Puglia.
Parliamo, allora, di questo palazzo che, ancora oggi, esercita su tanta parte della popolazione barese un fascino non privo di mistero. La facciata dell’edificio – come attentamente rileva V. A. Melchiorre – presenta, all’altezza del secondo piano, quattro “tondi” disposti simmetricamente fra gli interstizi delle arcate ogivali”.
Non c’è, dunque, da sorprendersi se Santa Fizzarotti nel suo libro dichiara “senza iattanza e senza vanità, che il palazzo Fizzarotti innanzi tutto racchiude, insieme con la storia di una famiglia, una parte di storia di Bari e che, in secondo luogo, è stato e rimane per tutti i discendenti diretti e collaterali del “patriarca” Alfonso e di suo figlio Emanuele motivo di legittimo orgoglio.
Oggi il palazzo Fizzarotti conserva intatto tutto il suo splendore e continua a costituire “uno dei dettagli di maggior rilievo” della “strada massima d’Italia”, come l’attuale Corso Vittorio Emanuele fu, nel 1847, definito dal Barone di Varennes”.

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