URCIUOLI ANTONIO GIUSEPPE

nuova puglia d'oro_total white

URCIUOLI ANTONIO GIUSEPPE

nuova puglia d'oro_total white

Teano (Caserta) 1916 – Bari 1999

Imprenditore, cavaliere del Lavoro ed esponente Confindustria

PROFILO BIOGRAFICO

Nel 1949 l’avvocato Antonio Urciuoli fondò a Napoli, insieme al duca Vasaturo, la Sail (Società agricola industriale del latte), che iniziò l’attività nel 1950. Quando, nel 1961, l’amministrazione comunale di Bari stabilì di municipalizzare la vendita del latte in città, acquisì le strutture dell’azienda, ormai consolidata nel territorio. Tuttavia Urciuoli non si perse d’animo e creò in breve tempo la nuova Sail, divenendone amministratore delegato: fu realizzato lo stabilimento di Gioia Del Colle, cittadina a 30 chilometri dal capoluogo pugliese, cuore della produzione lattiero-casearia in Puglia, con altre 32 aziende del settore.
Nel corso degli anni gli eredi del duca Vasaturo vendettero le loro quote della società: col passare del tempo subentrarono con partecipazioni di minoranza altri soci, come la famiglia del clinico Balestrazzi, il dottor Giuseppe De Corato e la “Cremeria emiliana”, che a sua volta aveva rilevato il pacchetto di azioni detenute dal fondo del noto finanziere Jody Vender.
In pochi anni la Sail divenne leader di settore nell’Italia meridionale – con una struttura produttiva in grado di realizzare da sola il ciclo completo della lavorazione del latte – raggiungendo un fatturato di 36 milioni di euro nel 1989. L’azienda, una delle più floride del Mezzogiorno, si distinse anche per l’innovativo approccio al marketing, con l’1,5% del bilancio investito ogni anno in pubblicità. Inoltre grande attenzione fu posta nel corso del tempo alle nuove tecnologie: dopo aver informatizzato il sistema aziendale, i vertici della società decisero di impiegare più di un milione e mezzo di euro per completare l’automazione dell’intera attività di trasformazione del latte.
In quel periodo la Sail, che contava 125 dipendenti, riusciva a lavorare ogni anno 50 milioni di litri di latte: per metà proveniva dalla Puglia e soprattutto dal Barese, per il 15% dal resto dell’Italia e per il restante 35% dalla Baviera. L’azienda produceva soprattutto latte pastorizzato e sterilizzato (35 milioni di litri, ossia il 70% dell’output), ma anche 380 quintali di mozzarella, pari a oltre tre milioni di pezzi, 400 quintali di scamorze e 2 milioni 700 mila vasetti di yogurt e budini. Tra i prodotti più noti della Sail in quegli anni, bisogna ricordare il latte Perla e il burro Perlina.
Verso la fine del secolo si sviluppò anche l’attività di realizzazione dei gelati, che ebbero un buon successo di mercato, e della passata di pomodoro: erano lavorati circa 4mila quintali di pomodori l’anno, provenienti da Torre Maggiore, in provincia di Foggia. Inoltre, nel corso del tempo, Urciuoli creò in Puglia altre aziende, come la Imbib, specializzata nella produzione di bibite e la Protan, che aveva l’obiettivo di realizzare un innovativo impianto per la trasformazione del siero di latte.

Oltre ad essere leader di mercato in Puglia, Sail vendeva i suoi prodotti in Basilicata, Sicilia, Calabria e Molise; arrivò anche a esportare all’estero, soprattutto in Libia e in Grecia, ma la concorrenza dei prodotti di altri Paesi europei, come l’Olanda, costrinse a limitare i piani di espansione internazionale.
A partire dal 1997 l’esperienza della Sail è stata raccolta dal gruppo Granarolo, con sede a Bologna, che ha fatto dello stabilimento gioiese la testa di ponte della sua penetrazione sul mercato meridionale. Infatti, in quell’anno è avvenuta la fusione della Daunia Natura di Foggia con la Sail. Nel decennio successivo si è proseguito con le politiche d’innovazione, attraverso un piano d’investimenti per circa 16 milioni di euro, che hanno portato nel novembre del 2002 a inaugurare nuovi impianti, in quello che era considerato lo stabilimento per la produzione di latte più avanzato di tutto il Mezzogiorno. Infine nel 2009 la Sail è stata assorbita dalla ditta Granarolo.
Antonio Urciuoli fu per sette anni presidente dell’Assindustria barese e della Federazione degli Industriali della Puglia; in seguito divenne consigliere di Confindustria con l’incarico di occuparsi dei problemi del Mezzogiorno. Quest’attività lo portò a interessarsi delle riforme necessarie per garantire lo sviluppo industriale di quest’area del Paese e per ridurre le diseguaglianze con il Nord.
Nel 1990 il presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha conferito ad Antonio Urciuoli l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro, per i suoi meriti imprenditoriali.
Nel 2001 è stato istituito dalla Sail e dall’Università degli Studi di Bari il “Premio Imprenditoria e Innovazione Antonio Urciuoli”, con l’obiettivo di valorizzare l’interesse dei giovani laureati verso le tematiche della crescita economica e sociale della Puglia.

Vincenzo Camaggio

FAMOSO PER

«Se esiste un segreto nella mia affermazione come manager, devo ancora scoprirlo io. […] Ho sempre seguito, invece, provandone orgoglio, l’affermazione della Sail, cioè dell’azienda che ho costruito pensandola e realizzandola, anno per anno. O forse giorno per giorno, ritenendola un tutto unico con me stesso, confondendo le mie personali aspirazioni di crescita, di consolidamento, di sviluppo con quelle stesse aspirazioni che avvertivo nei miei collaboratori a tutti i livelli e al cui attaccamento all’azienda si devono anche i suoi successi. Quelli, ad esempio, che nello studio condotto dal Banco di Napoli nel 1987, l’hanno fatta comprendere nel novero delle trenta più rigogliose aziende del Mezzogiorno».

Antonio Urciuoli

Una grande riforma per cambiare il Sud
Antonio Urciuoli, da Il Sole 24ORE, 27 novembre 1991

La stampa nazionale, nel riportare le voci del dibattito aperto fra le parti sociali sulla campagna referendaria in corso, ha dato ampio risalto alla posizione a sostegno assunta da Confindustria.
Le ragioni che sono alla base di tale orientamento degli imprenditori, già illustrate in diverse occasioni, sono chiare ed esplicite. Soprattutto per quanto concerne la valenza che l’iniziativa dei Comitati Giannini e Segni indubbiamente ha di forte «elemento di pressione» verso l’effettiva messa in cantiere delle riforme istituzionali.

Mi sembra, tuttavia opportuno tornare ancora una volta sull’argomento per precisare meglio il punto di vista industriale nei confronti del referendum che riguarda la legge n. 64/86 sul Mezzogiorno.

Nel valutarne la portata, in Confindustria, abbiamo tenuto presente che obiettivo di questo referendum non è quello di cancellare con un colpo di spugna l’intero intervento straordinario nel Sud, bensì di abrogare gli articoli della suddetta legge che regolano l’attuale assetto istituzionale, organizzativo, procedurale dell’intervento stesso.

Si tratta – come tutti sanno – di un apparato complesso, pesante, caratterizzato da forti limiti di capacità operativa, persino da incertezze di competenza tra i soggetti coinvolti; apparato che in pratica non ha mai veramente funzionato, forse anche per essere il risultato di una stratificazione di norme (leggi tampone, come la n. 651 del 1983; decreti attuativi; disposizioni amministrative; atti convenzionali; ecc.).

Ecco perché, in linea di principio, l’industria privata non poteva non essere d’accordo con chi propone di creare le condizioni per inquadrare in una prospettiva istituzionale diversa, più agile e più efficiente, il meccanismo e le politiche di recupero dei divari delle regioni meridionali.

D’altra parte, è stata tenuta fuori dal campo di abrogazione la parte della legge n. 64 concernente gli incentivi finanziari e gli sgravi fiscali alle attività produttive: evidentemente perché gli stessi promotori del referendum sono consapevoli – come gli imprenditori – che questo tipo di supporto è tuttora necessario, sia per richiamare investimenti dalle aree più avanzate, sia per avviare uno sviluppo autopropulsivo.

Non mancano autorevoli osservatori e studiosi di politica meridionalistica che hanno voluto sottolineare il forte rischio che accompagna il referendum di veder cancellata anche l’Agenzia e con essa lo sportello di concessione delle agevolazioni alle imprese.

Il pericolo di un incentivo senza soggetto erogatore esiste ed è oggettivo, ma un pericolo d’inefficienza con effetti egualmente gravi si ha quando convivono più soggetti che si sovrappongono, si contraddicono o si logorano in rapporti conflittuali.

La norma può risolvere questo problema alle radici, individuando, nell’Agensud, il soggetto unico all’insegna del principio europeo potere-responsabilità, fissando nella norma il criterio/sequenza «chi fa, che cosa, in che modo e come ne risponde».

Il recupero delle regioni meridionali presuppone difatti che si ponga mano, alla luce dell’esperienza fatta, a una revisione organica della strumentazione d’intervento, con l’obiettivo di ricondurre il Mezzogiorno alla sua giusta collocazione nel sistema economico nazionale ed europeo. In quest’ambito si tratta di valutare la tipologia degli incentivi (finanziari, reali, fiscali, ecc) da riproporre, le aree territoriali su cui orientare i regimi di aiuto, le forme di raccordo con la normativa attivata in sede Cee, con il rilancio di quegli organi tecnico-istituzionali quali l’Agensud il cui riconosciuto patrimonio di professionalità va adeguatamente valorizzato.

Su questa riforma di largo respiro, che richiede di essere progettata attentamente, Confindustria ha in corso opportuni approfondimenti, per essere pronta a fornire il proprio contributo proposito. Ma deve ritenersi che l’approntamento del nuovo regime possa essere completato solo in vista della naturale scadenza, della Legge n. 64/86.

Nel frattempo, più scottante si presenta il problema dell’interruzione degli incentivi finanziari alle imprese che si sono impegnate in investimenti produttivi nel Sud. Recenti dati della stessa Agensud indicano, al 30 settembre scorso, un blocco per mancanza di fondi di poco meno di 6mila iniziative di investimento, per circa 12mila miliardi (già realizzate aI1’80%), e 4mila iniziative di investimento, per oltre 17mila miliardi, in corso di attuazione.

In definitiva, dunque, di fronte all’iniziativa referendaria gli imprenditori non possono non assumere una posizione di adesione di principio, ritenendola allo stato attuale l’unico strumento in grado di velocizzare il processo di cambiamento legislativo in linea con le prospettive europee nelle quali il Mezzogiorno va inserito.

Proposta: «spinta» al Sud con un patto in Parlmnento
Antonio Urciuoli, da Il Sole 24 ORE, 9 gennaio 1991

E’ necessario riflettere su quanto è accaduto nell’anno 1990 non soltanto a livello di pubblica opinione ma anche politico in merito al problema del Mezzogiorno.

Una riflessione che trova la sua origine nell’estrema contraddittorietà delle posizioni, delle dichiarazioni, delle affermazioni, dei comportamenti di quanti su questo problema hanno parlato, hanno scritto, hanno discettato e hanno deciso.

E’ in atto un confronto fra tendenze culturali diverse, ha scritto Sergio D’Antoni. Ma fra quante tendenze? Quella di quanti, giorno dopo giorno, non tralasciano occasione per cercare di consolidare un movimento di opinione rivolto a ritenere il Mezzogiorno ormai irrecuperabile per lo stretto legame fra politica, affari e criminalità, per cui l’unico rimedio è quello di bloccare qualunque ulteriore flusso di risorse? O quella del Cnel che nel suo documento del 29 marzo 1990 giudica molto pericoloso cessare la continuità e il rinforzo dell’impegno di tutti verso lo sviluppo meridionale. Quella che giudica indispensabile la definizione di una politica dei redditi, un raccordo coerente fra intervento ordinario e straordinario, il rifinanziamento della legge 64. Quella che ritiene indispensabile una politica di Incentivazione alle attività produttive anche «quantitativamente significativa» e che postula una «concertazione» per lo sviluppo del Sud fra Governo e parti sociali in luogo di un «patto sociale» i cui contenuti sarebbero tutti da inventare?
Che è la tendenza del Governo che mentre afferma nel Documento sulle linee di politica economica a medio termine allegato al Documento di programmazione economico-finanziaria per il prossimo triennio, la priorità meridionale, indicando obiettivi di carattere strategico da raggiungere, afferma la necessità di «garantire stanzia menti adeguati» determinandoli nella legge finanziaria per l’anno 1991 in mille miliardi. O ancora la tendenza di quanti sostengono che la legge 64 è assolutamente incapace di risolvere il problema del Mezzogiorno per cui ne chiedono l’abrogazione?

O la tendenza che manifestano gli imprenditori meridionali che riaffermano la volontà di misurarsi col mercato, che rifiutano l’assistenzialismo, che ritengono superati gli incentivi monetari e validi quelli reali perchè fra l’altro non sono politicamente gestibili?

Potremmo continuare a elencare altre tendenze come quella di sottrarre alla gestione della legge 64 l’esecuzione delle «grandi opere» o quella contenuta nella Relazione finale della Commissione Manzella che ipotizza il ricompattamento degli Enti di promozione in una holding operante nel settore del credito e alla quale affidare anche la gestione degli incentivi. La domanda da porsi è chi sceglierà la tendenza o chi la medierà considerata l’autorevolezza delle fonti di alcune di esse. O, meglio, chi avrà il potere di disegnare il quadro entro cui l’intervento straordinario potrà continuare a operare nel ruolo aggiuntivo a quello ordinario.

Forse è giunto il momento – cogliendo l’occasione della prossima verifica – in cui tutti i parlamentari meridionali, a prescindere dalla loro militanza politica, stipulino un patto per praticare quella che un illustre sociopolitologo definirebbe una «partecipazione influente».

Una spinta partecipativa che eserciti una pressione nelle sedi formali della decisione e quindi nel Parlamento è nel Governo perché anzitutto in via ordinaria si spenda nel Mezzogiorno non soltanto in misura percentuale della sua popolazione sul totale nazionale, ma anche in base ai suoi bisogni.
Se ciò fosse avvenuto non ci sarebbe stata la proclamazione, per il prossimo 8 febbraio, di uno sciopero generale dei settori trasporto ed edilizia per protestare contro la decisione delle Ferrovie dello Stato di cancellare gli investimenti in Puglia.

Una spinta partecipativa unitaria, solidale che impedisca che in Parlamento prevalga la tendenza antimeridionalistica originata dalla convinzione che il Sud sia mantenuto dall’operosità del Nord, per cui la legge 64 non andrebbe più finalizzata. Una spinta partecipativa che trovi alimento e sostegno nel peso culturale e nella capacità propositiva dei parlamentari meridionali.
Anche se questa spinta solidale e unitaria andava esercitata prima, non è tardi per provare a realizzare l’unità d’intenti che necessariamente deve provocarla, anche se il clima politico appare sfavorevole. Per quello che ci è dato di conoscere i parlamentari meridionali troverebbero consenso, appoggio e partecipazione anche da parte di non pochi loro colleghi dell’Italia Centro-settentrionale.

Sud e infrastrutture, un’impresa «titanica»
Antonio Urciuoli, da La Gazzetta del Mezzogiorno, 9 settembre 1990

Con questa 54a edizione della Fiera del Levante si è chiuso il ciclo delle Giornate del Mezzogiorno, che ebbe inizio nel 1948 con il convegno «Erp e Mezzogiorno» nella loro tradizionale formula. Riteniamo superfluo, oggi, chiederci in quale misura quegli annuali appuntamenti abbiano contribuito a raggiungere l’obiettivo di stimolare riflessioni sui temi di politica economica che avevano come oggetto il Mezzogiorno.

Certamente la ricaduta fu positiva, specialmente nei primi trent’anni ma, oggi, possiamo serenamente affermare che consideriamo assolutamente condivisibile la decisione del ministro Marongiu di porre la parola “fine” a una manifestazione che già da qualche anno accusava segni di stanchezza, che appariva come una ribalta sulla quale le presenze erano sempre menti significative e le inascoltate grida di dolore avevano sostituito i dibattiti propositivi.

La Fiera del Levante richiamerà l’attenzione sulle nostre aree esaltando la funzione di rassegna specialmente delle realtà produttive italiane di centro di propulsione dello sviluppo delle capacità produttive locali e risorse esterne, momento di raccordo per indispensabili sinergie fra imprese.
Fra le quali siamo veramente lieti di annoverare quella di cui è portatore l’Iri quando dichiara la sua disponibilità ad affrontare la questione idrica o quella del completamento e dell’ammodernamento delle infrastrutture nelle aree meridionali e che sono i temi ai quali si è riferito il presidente dell’Iri Franco Nobili, nel suo articolo del 5 settembre decorso su questo giornale, e che ha scritto di voler sviluppare «con la necessaria tenacia e con l’umiltà che richiede questa impresa». Che ha definito «titanica».

Siamo lieti di aver letto di questo impegno ed anche della definizione di «titanica» che ha attribuito all’impresa alla cui gestione si offre l’Iri: se quella di dotare il Mezzogiorno delle necessarie infrastrutture è giudicata impresa titanica vuol dire che il presidente dell’Iri riconosce che la differenza che ancora oggi esiste fra la dotazione di infrastrutture del Meridione e quella del resto del Paese è «abissale». Come lo era quando il Governo ha rimodulato per quest’anno 24.000 miliardi, dei 47.000 stanziati per investimenti, quasi tutti destinati al Mezzogiorno e di cui ben 14.000 miliardi sottratti alla dotazione per il 1990 della legge 64.

Come lo era abissale quando il decorso 25 maggio il Consiglio dei Ministri ha approvato il documento di politica economica a medio termine e nel quale, trattando del Mezzogiorno, si ammette che al fine di contenere l’entità dell’intervento dello Stato e di accrescere l’efficienza dei processi di produzione «è necessaria la collaborazione del settore privato alla realizzazione dei programmi di investimento» e giunge, per i servizi, a ipotizzare accordi «per garantire un adeguato tasso di rendimento del capitale privato».

E’ forse riferendosi a questa apertura del Governo ai privati che il presidente Nobili ha scritto che lo sforzo di compiere la titanica impresa richiede il contributo di tutte le forze, che deve essere fatto insieme dal sistema Italia senza distinzione fra impresa privata e a partecipazione statale. E’ quello che si augurano anche gli imprenditori del Mezzogiorno che fino ad oggi hanno assistito da spettatori alla realizzazione delle grandi opere del settore pubblico senza alcuna partecipazione che non fosse ai più bassi livelli di operatività.

Se lo augurano perchè per le loro aree deboli in cui il sistema produttivo è fragile, le dimensioni delle imprese sono minime, in cui la concorrenza non può funzionare per difetto – se non assenza – di presupposti, una politica dello «stare insieme» si trasforma in una politica di promozione per la quantità di cultura d’impresa che distribuisce, per le possibilità di inserimento sul mercato che offre, per l’opportunità di crescita che le imprese incontrano.

E agli imprenditori del Mezzogiorno sta bene, anzi benissimo, anche la visione che il presidente Nobili ha del nuovo intervento nel Mezzogiorno: scelte precise e modo di operare senza sprechi. Che è anche la concezione che della prosecuzione dell’intervento ha il neo ministro per il Mezzogiorno prof. Giovanni Marongiu quando sostiene che è necessario subordinare il rifinanziamento della legge 64 a una più netta riqualificazione delle linee di intervento. Come lo è del piccolo mondo imprenditoriale meridionale che ha sempre respinto la politica degli interventi a pioggia che hanno caratterizzato negli ultimi quindici anni l’intervento straordinario nel Mezzogiorno.

V.C.

DICONO DI LUI

Mozzarelle formato esportazione
Federico Pirro, da La Repubblica, 13 luglio 1990

Nel ’61 l’amministrazione comunale barese decise di municipalizzare la vendita del latte e si appropriò, riconoscendo naturalmente il giusto indennizzo, dell’impresa che forniva maggiori garanzie: la Sail, Società agricola industriale del latte. Era nata dodici anni prima, nel ’49, a Napoli, da un’intesa fra il duca Vasaturo e l’avvocato Antonio Urciuoli di Bari. Quella municipalizzazione, ricorda il professionista barese, non mi era andata giù; decisi così di riprendere l’attività trasferendomi nel cuore della produzione lattiero-casearia, a Gioia Del Colle, a trenta chilometri da Bari.

Nel giro di pochi anni la nuova Sail è divenuta l’azienda leader nell’Italia meridionale con sessanta miliardi di fatturato nel 1989. Forse c’è chi registra qualche miliardo in più di noi chiarisce l’avvocato Urciuoli ma noi siamo sicuramente gli unici a realizzare il ciclo completo della lavorazione del latte e vendiamo ciò che produciamo noi, non commercializziamo i prodotti degli altri; quindi il fatturato è riferibile per intero a noi.

La Sail sorge alle porte di Gioia Del Colle ed è la punta di diamante di un’area che ospita altri trentadue caseifici: è la massima concentrazione poiché nel resto della regione ve n’è non più di un centinaio. I dipendenti sono 125, compresi i ventisette con contratti di formazione lavoro (E poi dicono che nel Sud quella legge è poco applicata, polemizza Urciuoli); la produttività pro capite è di molto superiore al mezzo miliardo. Un bel record. Il bilancio di questi ultimi anni è stato un continuo crescendo: 39 miliardi nel 1985, 41 nell’86, 47 nell’87, 52 nell’88 e 60 nell’89; quest’anno si dovrebbero sfiorare i 70 miliardi. L’utile netto dello scorso anno è stato di 3 miliardi e 300 milioni. Per la pubblicità viene ad ogni stagione investito l’1,50 per cento del bilancio; per quest’anno verrà superato abbondantemente il miliardo.

In piazza Moro, nel cuore di Bari, sul palazzo di cristallo dove un tempo era la sede della Gazzetta del Mezzogiorno ed ora sorge uno dei più prestigiosi centri direzionali, splende l’insegna luminosa del latte Perla, il marchio della Sail. Ci è costato un mucchio di milioni dice uno dei principali collaboratori, il ragioniere Palmisano ma ci vedono da ogni angolo della città.

L’azienda barese di Gioia Del Colle ha perso per strada il blasone della nobiltà partenopea (gli eredi del duca Vasaturo hanno venduto le loro quote) ed ha acquisito altri due soci: la famiglia del clinico Balestrazzi e la Cremeria emiliana che ha rilevato il pacchetto di Jody Vender, il noto finanziere. Nei contenitori della Sail entrano ogni anno 50 milioni di litri di latte: il 50 per cento di provenienza pugliese (soprattutto dell’area barese) il 15 per cento dal resto dell’Italia ed il 35 per cento dalla Baviera. Quell’enorme fiume bianco si trasforma soprattutto in latte pastorizzato e sterilizzato (70 per cento, ovvero 35 milioni di litri), in 380 quintali di mozzarella (oltre tre milioni di pezzi), in 400 quintali di scamorze e 2 milioni 700 vasetti di yogurt e budini. Da qualche tempo in produzione anche la passata di pomodoro: lavorati quattromila quintali tutti di produzione pugliese, esattamente di Torre Maggiore in Capitanata.

I mercati sono quelli di Puglia, Basilicata, Calabria e Molise; sino a qualche tempo fa si esportava anche in Libia e in Grecia, ma la concorrenza dei prodotti olandesi ha costretto a rinunciare. Il nostro latte spiega Urciuoli costa al litro duecento lire più che altrove; la materia prima che giunge dai Paesi nordici, nonostante il maggior carico dovuto al trasporto che incide fino a 150 lire al litro, finisce per avere un prezzo di mercato identico al nostro. Fino a che permarrà questa situazione, non potremo mai essere concorrenziali. Figurarsi cosa potrà accadere all’indomani del ’93.

Antonio Urciuoli, per anni presidente dell’Assindustria barese e della Federazione regionale, è ora consigliere della Confindustria con l’incarico di seguire i problemi del Mezzogiorno. C’è davvero da essere preoccupati. Rischiamo di agevolare l’arrivo della concorrenza che può avvalersi di materia prima a bassissimo costo. Indifferibile la necessità di ridurre i costi di produzione. La Sail, che ha già informatizzato il sistema aziendale, ha avviato un investimento di tre miliardi per completare l’automazione nella lavorazione del latte e robotizzare l’intero ciclo; presto il personale lavorerà soltanto dinanzi ai monitor, a ulteriore garanzia di igiene.

Ma cos’altro ci può essere nel futuro di questo settore? La mozzarella esportabile è la risposta dell’avvocato Urciuoli e soprattutto il riconoscimento della denominazione d’origine. La nostra mozzarella, quella barese, è davvero unica e il suo sapore è nettamente diverso dai prodotti simili che si producono un po’ dovunque, perfino in Unione Sovietica. Come primo passo è stato costituito un consorzio fra le principali aziende lattiero-casearie nell’area di Gioia Del Colle: tutti per uno, uno per tutti, per giungere alla mozzarella doc.

SCRITTI
Proposta: «spinta» al Sud con un patto in Parlmnento, Il Sole 24 ORE, 9 gennaio1991.

Sud e infrastrutture, un’impresa «titanica», La Gazzetta del Mezzogiorno, 9 settembre 1990.

Una grande riforma per cambiare il Sud, Il Sole 24ORE, 27 novembre 1991.

FONTI BIOGRAFICHE E SITI WEB

Antonio Urciuoli: ho vinto la sfida dell’agroindustria, Franesco Fracasso.
La S.A.I.L. Latte Perla Granarolo, Francesco Giannini, Gioiadelcolleinfo.it, 13 luglio 2016.
Latte Granarolo investe in Puglia, Italia Oggi – numero 95, 23 aprile 1997.
Mozzarella formato esportazione, Federico Pirro, La Repubblica, 13/07/1990.

POTREBBE INTERESSARTI