GIACOVAZZO GIUSEPPE

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GIACOVAZZO GIUSEPPE

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Locorotondo 6 settembre 1925 – Acquaviva delle Fonti, 29 ottobre 2012

L’intellettuale direttore della Gazzetta del Mezzogiorno

L’ultimo editoriale che ‘Peppino’ Giacovazzo ha scritto per La Gazzetta del Mezzogiorno è apparso sabato 7 settembre 2012. Poco più di un mese dopo, a 87 anni, il Direttore, senatore e poi deputato al Parlamento, si spegne.
Quell’ultimo articolo però era ‘diverso’ da quelli che immancabilmente scriveva, ogni sabato, su quel ‘foglio’ ch’è sempre stato il ‘suo’ giornale. Era un ricordo struggente di quando giovinetto, in divisa da Balilla, l’avevano portato a Bari dall’allora ‘lontana’ Locorotondo per vedere la ‘grande città’, il mare, la Fiera del Levante per la prima volta… era una festa, la festa più popolare della gente di Puglia fino agli ultimi strati sociali. Quella festa diventò tradizione popolare per tutti i paesi dal Gargano al Salento. La Fiera era riuscita a unificare una regione come neanche la Costituzione repubblicana aveva fatto.
Vi andavano in treno… le locomotive avevano un nome, Ninetta era la nostra. Era vecchiotta, ma non si fermava mai A sera i fuochisti mangiavano e dormivano a Locorotondo, appendevano i loro giubbotti neri come le loro facce, mangiavano brodo di piedi di capra e sanguinaccio di porco, facevano un tressette e poi tutti a nanna alla pensione di cumma Renza.
Accadeva raramente che negli attesi appuntamenti settimanali con i lettori della Gazzetta Giacovazzo si lasciasse trasportare dai ricordi personali. Per quelli scriveva libri.
Gli articoli del sabato erano lucidi commenti politici che arricchiva con il suo enorme serbatoio culturale. Un quotidiano, diceva, deve privilegiare l’informazione, anche quando si occupa di cultura e lui, nonostante l’età, era sempre sulla notizia.
Il 4 agosto aveva scritto, con la consueta autorevolezza, un editoriale sull’ennesima crisi della disgraziata città di Taranto che con la costruzione di quella ‘cattedrale’ chiamata Italsider, s’era messa in casa non una grande ‘risorsa’, come avevano affermato i sindacati, ma un moloch che ha distrutto l’ambiente e mietuto centinaia di vite umane… una città che nell’età moderna non è mai stata arbitra del proprio destino. Per lei hanno deciso gli altri. Potrebbe dirsi vittima della sua posizione strategica nel cuore del Mediterraneo, come ora è vittima del più umano dei ricatti: il bisogno del lavoro… quel ‘bisogno’ inalienabile della gente ha prodotto il mostro del siderurgico… ponendo una tossica ipoteca sul futuro della città.
Erano gli anni del ‘boom” economico, gli anni in cui si reclamava una fabbrica per ogni campanile. Solo che il Meridione ha avuto gli scarti, le fabbriche inquinanti: le acciaierie, i petrolchimici, le raffinerie, l’amianto, seminatrici di malattie, di tumori, di morte… adesso un altro potere si è levato contro il ‘mostro’ di Taranto: la magistratura. È un potere giusto e sacrosanto ma quasi astratto, atemporale, che improvvisamente sovrasta ogni altro potere uscendo come un fantasma dal buio del silenzio. Meglio tardi.
Questo era Peppino Giacovazzo qualche settimana prima di morire e così è sempre stato: schietto, spontaneo, diretto, passionale e, come si direbbe oggi, ‘politicamente corretto’. Arguto e ironico… senza versamento avrebbe detto lui. Feriva, procurava dispiaceri, ma chi lo conosceva, chi gli era amico, sapeva di avere di fronte una persona di sincera onestà intellettuale. Né potevano esserci dubbi sul significato del suo pensiero. Impossibile equivocare la sua prosa semplice ed elegante: era di una chiarezza cristallina.
Giacovazzo nasce a Locorotondo, una splendida cittadina che si affaccia sulla Valle d’Itria, il 6 settembre 1925. Dopo gli studi classici e un breve periodo d’insegnamento comincia a coltivare le sue passioni. Prima fra tutte il teatro, la cultura, l’arte in generale… e la Juventus, non il calcio, solo e unicamente la Juventus che amava come un ultrà. Dopo ancora veniva la giovanile passione per la politica, anche questa nata a Locorotondo, nelle file della Democrazia Cristiana e non disdegnava, quando gli era possibile, una puntatina fra i rari boschi pugliesi a caccia di quaglie.

Attivista politico e culturale

Attivista instancabile fin dalle prime elezioni amministrative repubblicane, segue e partecipa a dibattiti di sezione e comizi di piazza. Notato dalla segreteria provinciale viene invitato a collaborare con la Spes – Servizi di propaganda e stampa della DC – un organismo creato da Amintore Fanfani.
Iscrittosi poi all’Università, più dei corsi poté il fascino del CAUAB, il Centro Artistico Universitario dell’Ateneo di Bari dove fu così assiduo da assumerne la presidenza. Nel 1954 organizza un ciclo di incontri con Poeti della quarta generazione, prima manifestazione del genere in Italia, e porta a Bari, fra gli altri, l’emergente poeta e scrittore Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia, Elio Filippo Accrocca, Maria Luisa Spaziani, Vittorio Bodini e lo scrittore Giuseppe Cassieri a cui è stato delegato il compito di leggere alcune poesie di Rocco Scotellaro lo sfortunato poeta lucano scomparso l’anno prima.
Nel 1956 Giacovazzo entra a far parte del Comitato provinciale della Democrazia Cristiana e nel contempo il Comune, che nel 1954 aveva fondato il Teatro Stabile di Bari con scarsa fortuna, decide di affidare a lui la direzione artistica. Ma il risultato non cambierà, la città non aveva una grande tradizione di attori filodrammatici e quei pochi che c’erano avevano scarso peso sull’istituzione cittadina.
Ma Giacovazzo non è uno che si lascia condizionare da qualche insuccesso. Anzi, aumenta il suo impegno e organizza e partecipa attivamente a dibattiti e conferenze politico-culturali dialogando indifferentemente di teatro, pittura, letteratura e società. Organizza la prima mostra nazionale universitaria di pittura; conduce al Petruzzelli un dibattito su classi e cultura; nella sala consiliare di Bari svolge sedute di aggiornamento politico al Movimento femminile della Democrazia Cristiana dichiarando che il vero problema della DC… è quello di non riuscire a ritrovare unitariamente se stessa. Insomma: tutto quello che gli girava intorno era arte, cultura, politica.
A quel punto, l’approdo obbligato e naturale per Peppino Giacovazzo, era la Gazzetta del Mezzogiorno dove arriva nel 1959 come conseguenza del suo attivismo e dei suoi molteplici interessi. Il giornalismo, per Giacovazzo, non era una professione, ma una necessità, un punto di partenza, una opportunità per essere sempre più visibile, un mezzo per condividere le sue passioni: la poesia, l’arte, perfino il calcio che considerava una forma d’arte… ma solo quello praticato dalla Juventus.
Era però Locorotondo, i trulli, la terra di Puglia che il professor Giacovazzo aveva nel cuore, ed in quella piccola cittadina arrampicata su di una collina tondeggiante che domina la Valle d’Itria, ci tornava spesso. Ora per un dibattito culturale, ora per una discussione sul teatro, una mostra di pittura e, più spesso ancora durante le campagne elettorali con il Municipio che gli metteva a disposizione il ‘salone delle adunanze’. Lui era lì, sempre presente a patrocinare la vittoria della Democrazia Cristiana. E quando se ne tornava a Bari conservava un senso di afflizione… quando vai via, nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che resta lì ad aspettarti!
Brillante, esuberante, dotato di grande intelligenza critica e di un bagaglio culturale superiore alla media dei suoi coetanei… lo sentivi superiore senza che lui se ne sforzasse, dirà il suo collega Lino Patruno, alla Gazzetta emerge senza difficoltà. Inviato spesso a redigere articoli di cronaca in varie manifestazioni culturali, egli trova sempre il modo di fare sfoggio della sua cultura. Ad una mostra di pittura nelle vetrine di Monopoli nel febbraio del 1960, annota di un nuovo rigoglio artistico e culturale della città marinara e spolvera ricordi di un secolo prima quando… nella patria di Bovio, De Nittis e Salvemini scendeva una compagnia teatrale del San Carlino di Napoli per svernare addirittura a Monopoli dove il teatro era già tutto prenotato in abbonamento per un mese. E pensare invece che nessun gestore volle qualche anno fa ospitare a Monopoli per una sola sera Assassinio nella Cattedrale interpretato da Salvo Randone, pur essendoci un teatro con palcoscenico moderno da fare invidia alle grandi città, e tuttavia regolarmente sbarrato dal solito schermo panoramico, come la maggior parte dei gloriosi teatri della provincia pugliese.
Il dramma del grande poeta e drammaturgo Thomas Eliot l’aveva portato lui stesso in Puglia, a Natale del 1957, dopo aver creato il Teatro Regionale Pugliese… spettacolo indimenticabile – scrive Egidio Pani – nato nella prospettiva di un progetto regionale … ma in una piazza mercantile come quella di Bari, assenti i giovani e priva di quella curiosità necessaria per apprezzare spettacoli culturali, il progetto di Giacovazzo non ebbe seguito. Dopo la chiusura di quell’esperienza egli non abbandonò la sua passione, il teatro, e fu al CUT Bari partecipando alle peregrinazioni in Puglia con dibattiti in piccoli e grandi centri culturali.
Giacovazzo non si lascia abbattere dalle difficoltà, insiste, ha fiducia e quando va a Monopoli per la mostra di pittura sottolinea che… va osservato con attenzione il germogliare delle iniziative giovanili nei nostri paesi soprattutto per scoprire e incoraggiare quelle che rispondono davvero ad un’ansia di risveglio morale… il tesoro delle tradizioni, della cultura della civiltà bisogna che le salviamo noi, non incrociando le braccia e facendo i piagnoni in attesa del miracolo, ma lavorando con amore tenace… ed a Monopoli l’esempio è venuto proprio dalla generazione che dicono ‘bruciata’.

Dal teatro al cinema

Neanche il cinema d’arte gli sfuggiva. Quel cenno alla Gioventù bruciata era un film di denuncia del regista Nicholas Ray magistralmente interpretato da James Dean, un simbolo autentico, reale della gioventù ribelle e insoddisfatta di quegli anni che dall’America cominciava a contagiare l’Europa.
Intanto, a poco più di un anno dal suo ingresso nella redazione della Gazzetta, Giacovazzo si è già guadagnato l’apertura della terza pagina, la pagina nobile dell’epoca, la pagina che Luigi de Secly, il Direttore, curava personalmente.
Il primo articolo è datato 18 febbraio 1960. Un struggente ricordo delle opere teatrali del drammaturgo russo Anton Cechov nel centenario della sua nascita… non si dice mai abbastanza sul fascino che avvince quanti ascoltano così limpide voci di poesia.
Cinque mesi dopo è di nuovo in terza pagina per commemorare il regista e commediografo teatrale Anton Giulio Bragaglia spentosi il 15 luglio… appena si parla di lui – scrive Giacovazzo – rispunta il Teatro degli Indipendenti, un’esperienza di avanguardia… a settant’anni non aveva perduto lo smalto dell’ironia, lo scatto polemico spregiudicato, la verve salace che fin dal 1916 egli versò nei suoi ‘sfoghetti’ nella rivista Cronache di Attualità… per lui, ogni fatto teatrale era un fatto di cultura in quanto destinato a diventare un ‘documento d’informazione’ per il futuro. Lo abbiamo visto a Bari, nella stagione di prosa 1954/55 del teatro Piccinni, dove aveva diretto Nozze di sangue di Garcia Lorca, con Paola Borboni.
Era raro che Giacovazzo scrivesse un articolo senza arricchirlo di esperienze personali, ricordi e citazioni narrati con semplicità.
Oltre al lavoro di redazione alla Gazzetta, dal febbraio del 1960 è anche direttore responsabile di Incontri un quindicinale edito da un gruppo qualificato di militanti della Democrazia Cristiana; continua ad impegnarsi attivamente nella campagna elettorale per le elezioni amministrative del 6 novembre, con comizi di piazza in tutta la provincia di Bari… per salvare il Paese dalla destra risorgente e dalla sinistra prepotente. E il Paese si salva! Locorotondo ha confermato la fiducia nella DC che ha ottenuto la maggioranza assoluta. Dieci giorni dopo Giacovazzo è fra i suoi concittadini per ringraziarli e festeggiare insieme a loro la vittoria dello Scudo Crociato… quella del 6 novembre è stata la vittoria della verità contro la menzogna, della democrazia contro l’antidemocrazia, della correttezza contro il malcostume politico.
Il primo importante appuntamento professionale di Giacovazzo è il Congresso nazionale della DC che si apre a Napoli il 27 gennaio 1962 al teatro San Carlo. Il tema è: tempi e modi di ‘aprire’ le porte del Governo al Partito Socialista Italiano di Pietro Nenni che si è ripreso la sua autonomia dopo i fatti d’Ungheria del 1956. Atteso, molto atteso è il discorso di Aldo Moro che nessuno vede più come il ‘professorino pugliese’ impacciato, enigmatico e privo di passioni. Ora Moro persegue i suoi obiettivi con fermezza in un discorso lungo e complesso di 6 ore. La sintesi della sua lunga prolusione la farà lo stesso Segretario della DC a Foggia… pensare di risolvere la crisi del centrismo nel senso della involuzione a destra, è espressione della leggerezza di giudizio di forze politiche delle quali è caratteristica essenziale di non intendere i dati della realtà politica italiana e mondiale. Noi cerchiamo nuovi difensori della democrazia in un Paese che attende di soddisfare le esigenze non ancora accolte, e perché nuove, per lo sviluppo di questi anni, e perché più complesse di quelle elementari accolte negli anni scorsi.
Nessun resoconto di stampa – scrive Giuseppe Giacovazzo – riesce a riflettere la equilibrata serenità e stringente chiarezza con cui il leader democristiano affronta, approfondisce ed illumina i temi più ardenti ed attuali della nostra vita politica. Dopo più di sette anni dalla scomparsa di De Gasperi i democristiani d’Italia hanno ritrovato un capo il quale esprime nella massima pienezza l’unità del partito.
Due mesi dopo, tutto il vertice politico e amministrativo della Gazzetta è avvicendato da una nuova generazione. Nel 1963 a Giuseppe Giacovazzo è affidato quella scomoda, importante mansione di Redattore Capo, un compito solitamente coperto da redattori con una lunga esperienza redazionale alle spalle, un incarico di prestigio e di potere, ma per chi è avvezzo ai riflettori quella ‘poltrona’, tanto ambita, è la peggiore in assoluto: richiede un impegno costante, lunghe ore inchiodato ad una scrivania e pochissima visibilità.
Intanto, la nuova politica della DC provoca una serie di crisi amministrative e il 10 giugno 1962 in molti centri della Puglia, compreso Bari e Foggia, si torna alle urne.
È una campagna ‘dura’, cattiva, tanto che lo stesso Giacovazzo, inviato per servizi speciali in diversi paesi, se ne lamenta… non è solo questione di accuse reciproche sulle inadempienze, si cerca anche di mettere la città di Bari contro Brindisi e Taranto e man mano che il traguardo si approssima, lo spirito di parte ingigantisce, eclissando talvolta il rispetto della verità. Per amor di tesi si finisce col negare la luce del sole. E’ davvero deprimente lo spettacolo della sfrontatezza di chi altera i fatti per cogliere un effimero successo fra gente sprovveduta.
Per la Dc infatti sarà un effimero successo e tuttavia molti comuni inaugureranno giunte di centro-sinistra.

La cultura di sinistra

Qualche mese dopo Giacovazzo torna a scrivere ed a commentare una trasmissione popolare, Canzonissima, che quest’anno la RAI ha affidato a due noti attori teatrali di sinistra: Dario Fo e Franca Rame. Anche la RAI ha inteso inaugurare il nuovo corso politico nazionale nell’intento di rivitalizzare una trasmissione che da qualche anno si trascinava stancamente. Tuttavia, considerati i personaggi ingaggiati, ha chiesto e ottenuto anticipatamente i testi che i due attori andranno a recitare nelle varie puntate.
La prima trasmissione di Canzonissima va in onda il 12 ottobre 1962. Il giorno successivo Giacovazzo commenta… bisogna riconoscere che a Canzonissima si è affacciata quest’anno un po’ di intelligenza. Che non è, grazie a Dio, una pretesa culturale messa ben in vista sull’attaccapanni. È, invece, un modo di vedere il nostro tempo senza il solito penoso e puerile artificio di chi vuole estrarre ad ogni costo una ‘battuta’. Certo, la matrice è quella, cioè la satira del costume e più ancora la messa a nudo di certa buona fede qualunquistica perennemente sfruttata dai ‘padroni del vapore’. Siamo del resto in piena era di miracolo economico, viviamo nella ‘società del benessere’, alla mercé di padroni che provvedono a tutto, che organizzano anche il tempo libero dei loro dipendenti, ma che d’altra parte non hanno avuto paura di sofisticare i cibi di cui ci nutriamo.
Tutto fila liscio fino alla settima puntata, con commenti a volte anche entusiastici. Poi, improvvisamente, all’ottava puntata il duo Fo-Rame diserta Canzonissima… si sono rifiutati – dirà la RAI – di sostituire uno ‘sketch’ già esaminato a suo tempo ma ritenuto inopportuno in questo momento. Il 2 dicembre Giacovazzo torna a commentare la vicenda… pur non avendo mai nascosto una spassionata ammirazione per certi spunti satirici e anticonformistici di Dario Fo, dobbiamo francamente ammettere che lo ‘sketch’ contestato – una satira fra edili ed imprenditori – è troppo artificiosamente forzato e polemico, e soprattutto ingiustificato per la sua violenza in una trasmissione che ha chiaramente finalità estranee alla politica. Con ciò non s’intende avallare l’atteggiamento di chi vuol vietare a un comico determinati campi di umorismo. Però, una cosa è una rivista teatrale, dove uno spettatore sceglie il suo spettacolo ed è padronissimo di non andarci; altra cosa è la televisione, dove il comico è pagato in anticipo, non rischia nulla, entra in casa di milioni di famiglie e si crede autorizzato a sparare a zero contro una categoria sociale, facendo d’ogni erba un fascio, e barando praticamente al gioco, dal momento che la maggior parte del pubblico sicuramente non è disposta a impegnarsi in una riflessione politico-sociale.
Già, perché dare alla gente della strada la possibilità di riflettere?
Ma Giacovazzo è anche quello che si pone in rotta di collisione con l’intoccabile dirigenza dell’Acquedotto Pugliese denunciando senza mezzi termini la tragica carenza d’acqua in molti centri della provincia di Bari.
Reduce da un viaggio allucinante in quel di Gravina, 35mila abitanti, un solo quartiere con 4 ore di erogazione d’acqua al giorno… per tutti gli altri niente, zero assoluto,qui, la vera malattia è l’elefantiasi di un Ente che non ha la snellezza ne la modernità necessaria per fronteggiare le gravi situazioni. L’Acquedotto è un Ente asmatico che può anche trovare qualche giustificazione nella babele delle leggi e delle competenze amministrative. In questa città gli abitanti dei quartieri bassi sono ammucchiati squallidamente in catapecchie quasi simili ai ‘Sassi’ materani, ma eccoci di fronte ad una delle più sconcertanti e mostruose scoperte che ci è accaduto di fare in questa torrida giornata: 116 appartamenti di un complesso ‘Gescal’ sono pronti da due anni, sono stati perfino assegnati ma nessuno può entrarvi ed abitarli perché manca l’acqua… e mancherà ancora per tutto il 1967 e quelle 116 case resteranno, ancora per un altro anno purtroppo, desolatamente vuote.

Dalla Gazzetta alla RAI

Il suo ultimo articolo sulla Gazzetta, prima di far leva per la RAI, è del 16 aprile 1967. Il giorno prima a Roma, era morto il grande Totò… era un comico di razza – scrive Giacovazzo – solo sul palcoscenico un vero attore si sente ‘vivo’. Può sembrare il capovolgimento della vita, ma questo è il destino di chi è attore. Nel momento misterioso dell’addio alla vita, Napoli era davanti ai suoi occhi senza luce, nel profondo dell’anima. Napoli, immagine del suo stesso destino d’artista, Napoli, la citta-ribalta, il palcoscenico dove Totò non poteva nascere che attore.
In RAI, al primo canale, debutta nel 1968 raccontando il Sud in una inchiesta di diverse puntate dal titolo Ritorno al Sud, per qualche anno conduce, in seconda serata, una speciale rubrica di 10 minuti dove illustra immagini straordinarie e racconta storie a lieto fine. Nel frattempo si sposa e il 3 gennaio 1970 arriva Piergiorgio. Nel 1972 entra a far parte della redazione dei servizi culturali del TG1. Realizza diversi servizi fra cui uno speciale sul pittore Domenico Cantatore, un ruvese trapiantato a Milano che disegna visi scavati e ulivi contorti di Puglia.
Nel 1973 è nella redazione di Controcampo a cura di Gastone Favero, una trasmissione condotta in studio da Giacovazzo. Sono tutti temi ‘provocatori’, di stretta attualità culturale. Nella puntata L’inquietudine dei giovani vari ospiti, insieme a Pier Paolo Pasolini, dibattono sulla nuova generazione giovanile a cinque anni dall’esplosione contestataria del ’68 mentre, con Alberto Moravia e Gabrio Lombardi si discute sulla liberazione sessuale e sul rapporto fra Cinema e sesso.
La ‘provocazione’ culturale e sociale ha sempre intrigato molto Giacovazzo che già nel 1960, a Bari, aveva proposto e moderato un dibattito dal tema Aboliamo la censura.
Nel 1974 è chiamato al secondo canale per dirigere il settore Incontri e Dibattiti e condurre Bianco e Nero. L’anno successivo torna alla rete ammiraglia ancora con Controcampo, per una nuova serie di trasmissioni prima fra tutte Aboliamo la TV una provocazione di Pier Paolo Pasolini che Giacovazzo accetta di portare in TV.
La puntata era prevista per sabato 8 novembre 1975, ma nella notte di domenica precedente, il 2 novembre, Pasolini era stato ucciso da uno dei suoi ragazzi di borgata sul litorale di Ostia… forte è il ricordo. Ma anche il bisogno di rendere una piccola testimonianza inedita nel giorno in cui, trent’anni fa, veniva ucciso un poeta italiano, tragico testimone del nostro tempo. Pasolini aveva scritto per il Corriere della Sera l’ennesima provocazione corsara: Abolire la scuola dell’obbligo e la televisione.
Facciamo un dibattito in prima serata. Accettò. Si fidava. Di pochissimi si fidava. Erano invitati con lui Alberto Moravia, Paolo Volponi, Alberto Ronchey, Raniero La Valle. Ma Pier Paolo era stato ucciso. Il dibattito si fece lo stesso. Non sul tema annunciato ma sulla sua morte. Non c’era più la sua voce. Spenta dalla ferocia, La Valle tentò un approccio di tono moraleggiante su quel dramma finale. Moravia e Volponi l’aggredirono. Dopo trent’anni lo scandalo di quella morte non cessa di evocare misteri. Una vita crivellata di linciaggi morali, processi, ricatti, insulti. Una vita violentata. Una fine profetizzata nel vissuto, predestinata dal più radicale dissenso, scagliata in faccia al Palazzo. Con la “scomparsa delle lucciole” era cominciata la sua rivoluzione impossibile, isolato dagli intellettuali suoi amici, senza seguaci, senza l’ombra di un appiglio condiviso.
La ‘scomparsa delle lucciole’ era un articolo scritto da Pasolini sul Corriere della Sera nel febbraio di quel fatale 1975. Era una metafora per denunciare il degrado, il vuoto di potere del Paese causato da gravi trasformazioni sociali paragonabili alla rapida scomparsa delle lucciole nelle campagne.

… dalla RAI alla Gazzetta

Giacovazzo invece era alla fine di un ciclo di ‘trasmissioni’ professionali e culturali in mamma RAI: aveva acquisito una tale mole di esperienze che è pronto per un nuovo salto, una nuova avventura, il ritorno alla carta stampata, ma da primo attore. Gli avevano promesso la direzione de Il Giorno, il secondo giornale di Milano, ma la violenza delle Brigate rosse si era abbattuta sulla DC e con l’assassinio di Aldo Moro, la carta stampata, la politica, la società subisce un’involuzione che Giuseppe De Rita, direttore del Censis, chiama ‘riflusso’. Era uno stravolgimento. Cambiarono gli equilibri di potere in ogni settore della vita del Paese e quando Giuseppe Giacovazzo assunse la direzione politica della Gazzetta, il clamore e le vendette trasversali per la morte del Presidente della DC, non si erano ancora placate.
Giacovazzo prima invita ad abbassare i toni, appellandosi al senso di responsabilità… signori, un po’ di pudore… il rigo successivo, l’attimo dopo, se n’è già dimenticato e corre in difesa della DC sott’attacco. La DC per il Professore è come un’anziana mamma del nostro Mezzogiorno: incolta, un po’ ottusa, generosa dispensatrice di beni, ostinata nel conservare il proprio potere matriarcale e tuttavia saggia abbastanza da consentire al suo acculturato e prediletto figlio qualche critica, un predicozzo, ma niente di più, la mamma è sempre la mamma, guai a contestarla, soprattutto se a farlo sono gli altri.
Il rapporto con i colleghi invece era di grande cordialità… Peppino, che era Peppino per tutti – scrive Lino Patruno – era troppo intriso della sua civiltà contadina di Locorotondo, era troppo un figlio dei trulli, era troppo imbevuto dell’antica umiltà della sua terra perché potesse assumere panni diversi. Ma guai a confondere il rapporto amicale con la licenza, la libertà d’opinione, specie in politica… sia ben chiaro, qui i commenti li faccio solo io, dirà in una riunione di capi servizio.
Con Giacovazzo la Gazzetta diventa un’altra cosa, un altro giornale. Lontano undici anni dal mondo dell’informazione scritta, arrivato a Bari si tuffa letteralmente nel biancore delle pagine del giornale come un assetato nelle acque cristalline di un laghetto di montagna. I suoi editoriali, i suoi elzeviri erano una meraviglia di originalità tanto erano eleganti, semplici e senza fronzoli. Raramente retorico, riusciva ad accattivarsi anche il più radicale dei suoi lettori.
Negli undici anni trascorsi in quel calderone politico e culturale della Capitale, Giacovazzo aveva stretto nuove e significative amicizie, soprattutto negli ambienti radio-televisivi e, tornato a Bari, è da quest’ultima ‘zuppiera’ che attinge a piene mani per dar vita ad un suo progetto di giornale quotidiano meridionale degno di considerazione nazionale. Insomma, era necessaria una svolta, bisognava cambiare e Giacovazzo farà di meglio, azzera tutto.
Peppino era di quelli che convinceva senza imporre, che incantava senza plagiare, che con una battuta nel suo amatissimo latino era capace di irridere ogni guerra, piccola o grande, dirà Lino Patruno.
Innanzitutto convince Leonardo Sciascia a tornare a scrivere per la Gazzetta, poi sarà un diluvio di firme giornalistiche autorevoli di testate nazionali: da Sergio Zavoli a Vittorio Citterich, Paolo Torresani, Sabino Acquaviva, Antonio Ghirelli, Guido Gerosa, Luciano Canfora, Giorgio Nebbia, la nota commentatrice di moda Biancamaria Piccinino, l’emergente Paolo Fraiese e Mino Damato; né mancano importanti contributi di Paolo Grassi, il direttore del Piccolo Teatro di Milano, e Francesco Compagna; anche Pippo Baudo ha una rubrica settimanale nella pagina degli spettacoli; Fulvio Bernardini e Massimo De Luca sono collaboratori fissi nelle pagine sportive mentre la pagina culturale, la terza pagina, diventa il fiore all’occhiello della Gazzetta. Vi scrivono: Pietro Scoppola, Domenico Cantatore, Luciano De Rosa, Giovanni Bronzini, Vincenzo Terenzio, Saverio Barbati, Mario Pomilio, Giacinto Spagnoletti, Cosimo Damiano Fonseca, il giovane storico Matteo Pizzigallo e tanti altri ancora, noti e meno noti. Perfino le previsioni meteorologiche vengono affidate al colonnello Edmondo Bernacca.
Fu un sconvolgimento, una vera e propria ‘occupazione’ del giornale da parte di professionisti dell’informazione, intellettuali, sociologi ed economisti, firme prestigiose di tutte le ‘religioni’ politiche del Paese, senza distinzione di ‘voci’, in omaggio a quella libertà di opinioni che Giacovazzo rivendicava come giornalista ed in linea con l’idea di rinnovamento e rilancio della Gazzetta. Non mancò qualche mugugno fra una buona fetta del corpo redazionale, quelli che giocavano in casa e che speravano di essere più visibili, ma era per il bene del giornale che in realtà cominciò a decollare.

La voce di chi non ha voce (Leggi anche)

Quando Giacovazzo scrisse l’Editoriale di presentazione ai suoi lettori, la classe politica locale, le cariatidi democristiane che cercavano di tenere in sonno chi già dormiva, avranno un sussulto: avevo dodici anni in meno quando ci siamo lasciati. E sono cambiate molte cose. È cambiata la gente, è cambiata la società, la famiglia, la vita delle città; sono cambiati i partiti, la politica, il lavoro, la Chiesa. Anche i giornalisti sono cambiati. La gente sa che l’informazione è un diritto di tutti, i giornalisti sanno che informare è un dovere verso tutti! Il giornale non può essere un centro di potere tra i poteri costituiti, e neanche un contropotere. Deve essere contro il prepotere di chiunque, deve essere voce dei cittadini, specialmente dei più indifesi, voce della ragione che non teme anzi provoca il confronto, voce di chi non ha voce.
Non andrà esattamente così, chi non aveva voce continuerà a non averne ma è indubbio che il successo senza precedenti del giornale, che raggiunse livelli di diffusione mai toccati prima e mai più eguagliati, darà un contributo politico-culturale e sociale straordinario alla gente di Puglia senza tuttavia smuovere, cambiare la classe politica locale che continuava a spendersi nell’arte dell’intrigo, dell’imbroglio, della sopraffazione, nemici dell’interesse collettivo, responsabili della degradazione socio-economica del Paese.
Sembrò a tutti che Giacovazzo scrivesse una lingua nuova, tanto che qualche giorno dopo rincarò la dose sostenendo che… un Paese che si organizza con metodi moralmente condannabili meriterebbe un po’ di più di una classe politica rissosa, inetta, inefficiente e ingorda.
Anche la sua immagine appariva nuova. Cordiale, sempre disponibile con tutti, discorre di politica e siede ai tavoli degli operai come fosse con i suoi numerosi amici intellettuali. Egocentrico quanto basta, non cerca la scena. È un ottimo attore e lo sa. Perciò, se chiamato a salire sul palcoscenico, doveva essere lui a scegliere il teatro e la parte da recitare. Conversatore brillante, grande senso dell’ironia – è stato lui ad introdurre le vignette di satira firmate da Nico Pillinini sulla Gazzetta – raramente si sottrae alle ‘battute’ dei tipografi in maggioranza di sinistra. Il Direttore subisce con eleganza ogni ‘sfottò’, tranne le frecciate velenose degli interisti sulla Juventus. Allora diventava duro, intrattabile, non accettava critiche sulla Juventus, meno che mai dagli interisti!
Intanto il giornale va a gonfie vele. Il suo segreto era una parola semplice: misura. Spesso lui stesso critica e polemizza con la DC fino all’aperto dissenso, ma erano valutazioni supportate da una fede incondizionata verso l’unico partito sinonimo, secondo lui, di democrazia.
Giacovazzo sosteneva continuamente che non era la DC in discussione, ma le sue correnti, sinonimo di potere e clientelismo. E, in un Paese sconvolto dal terrorismo, in una società smarrita e sfiduciata quasi priva di punti di riferimento, questa sua netta posizione politica conferiva al giornale autorevolezza e simpatie anche dall’opposizione. Sapere con chi e contro chi si cammina, non è poco.
Giacovazzo esprime certezze, la sua prosa è ‘a presa rapida’, come il cemento. I suoi editoriali, per il popolo democristiano un po’ deluso, sono come ‘bolle papali’: non lasciano mai adito a dubbi. Ma spesso si sfoga con amarezza, a volte perfino duro verso un Partito che non ha saputo proteggere e salvare il suo leader più rappresentativo. La scomparsa di Aldo Moro ha ‘liberato’ Giacovazzo dalla palude delle correnti. La DC del dopo Moro non è esattamente quella che lui vorrebbe. Perciò, quando questa le offre il destro, non le lesina bordate micidiali.
Poi, nel 1982, arriva Ciriaco De Mita che con Giacovazzo coltiva la ‘pazza idea’ di liberare la DC dalle correnti e… nasce un nuovo amore.
Intanto, nel 1979 si va alle elezioni politiche anticipate e Giacovazzo annota: ricordate cosa scrivevano certi giornali quando sparute bombe cominciavano a spuntare alla vigilia di elezioni? Dicevano che tutto faceva brodo elettorale alla DC, che le bombe servivano ad eccitare la paura dei moderati. Vedrete, dicevano, che appena la DC torna a vincere, le bombe taceranno. Quante sciocchezze sono uscite in questi anni dalla bocca e dalla penna di tanti irresponsabili… il terrorismo ormai non è un discorso che riguarda un partito. Riguarda il sistema. Gli ingenui potevano credere che il problema fosse quello di umiliare una forza politica… la via per battere il nemico della democrazia non è quello di spennacchiarsi come i capponi di Renzo. È invece la via dell’unione e della solidarietà. A patto però che tutti siano impegnati a debellare il pericolo che mina le fondamenta della nostra libertà. In questa campagna elettorale, Governo, partiti, istituzioni devono dimostrare ai cittadini che la democrazia non è una manica di bacchettoni incapaci di difenderci. Devono dimostrare che la democrazia non è sinonimo di rassegnata impotenza.
E subito dopo aggiunge sconsolato: c’è in giro una certa indifferenza, la piazza non risponde come prima. La politica parlata fa meno effetto di ieri e nella psicologia di massa affiorano forme di rigetto… che derivano dalla paura diffusa, dalla violenza politica e criminale nelle piccole e grandi città… non faremo quindi profezie, i sondaggi demoscopici servono ad alimentare chiacchiere da caffè.
I risultati elettorali non cambiarono. Tutto come prima. E il riflusso continuò. Ci sarà addirittura un’involuzione ed il merito di Giacovazzo stava proprio in questo: fare in modo che nessuno se ne accorgesse! Il degrado morale della politica continua e alla vigilia del governo di Francesco Cossiga, varato il 4 aprile 1980, il Direttore, speranzoso, scrive… non basta caro Presidente che i ministri e i sottosegretari siano persone oneste. Occorre che siano capaci di combattere fermamente la disonestà e siano capaci di eliminare i disonesti. Accadde invece il contrario. Come l’inflazione, anche gli scandali politici aumentarono tanto che sei mesi dopo Cossiga era già al capolinea.

Politica e morale (Leggi anche)

Neppure a casa sua si scherza. Alla Regione Puglia, che ha messo in piedi una pletorica commissione di esperti e designers per partorire lo stemma regionale, Giacovazzo sbotta… la lottizzazione politica è una sciagura nazionale quella culturale è anche più aberrante. Ma la sua traduzione in provincia è addirittura squallida.
La spartizione del potere è una realtà che Giacovazzo non ignora e tuttavia non può fare a meno d’indignarsi quando la misura supera la decenza… ieri alla Regione – scrive l’11 ottobre 1980 – si volevano tener fuori dalla Giunta i socialdemocratici. Oggi alla Provincia si vuol fare altrettanto con i repubblicani. Democristiani e socialisti sono liberi di farlo, a patto che ne diano una spiegazione decente. Invece il discorso è semplicemente brutale: nessuno vuol cedere un posto d’assessore. Punto e basta, nemmeno l’ombra di una ragione politica. Accade solo da noi: alcuni partiti si dividono i posti prim’ancora di decidere con quale formula governare. Quando la torta è divisa, con viva sorpresa, gridano a distesa: toh, c’è rimasto fuori qualcuno, che peccato! Pochi giorni dopo l’ennesima crisi di Governo e le dimissioni di Cossiga, il 18 ottobre, il presidente del Consiglio incaricato, Arnaldo Forlani, annunciava una compagine governativa ‘scelta per attitudine e competenza’. Perfino Giacovazzo stenta a crederci… capite? – scrive il 19 ottobre – attitudine e competenza. E le correnti, allora che faranno? Resteranno a guardare? Quelle correnti che da lunga pezza mettono al primo posto la fedeltà dei sergenti di ferro e i signori delle tessere, in quali oscuri meandri sono andate a cacciarsi? Suvvia, attitudine e competenza: questa sì è una vera rivoluzione. Se non è una favola per bambini.
Ne ha per tutti, e prima ancora, il 3 marzo 1980, scoppia lo scandalo del calcio-scommesse. Il commerciante Massimo Cruciani e l’oste Alvaro Trinca, entrambi romani, fanno saltare il coperchio da una pentola che bolle da vari giorni: il calcio scommesse. Anche qui, tutto da manuale: Cruciani e Trinca investivano grosse cifre nel mercato del calcio clandestino su un singolo incontro. Poi, avvicinavano calciatori corrotti e, a suon di milioni, si assicuravano il risultato. Per un po’ il sistema ha funzionato, ma quando qualche calciatore venne meno all’impegno, Trinca e Cruciani decisero di vuotare il sacco.
Ci sono truffe e truffe – commenta Giacovazzo – ci sono truffe tra gente del mestiere. Truffe da padrone a cliente, da mercante a compratore e viceversa… ma la truffa calcistica delle scommesse è più truffaldina, non solo perché in una botta si beffa di una moltitudine, ma perché la gente che affolla gli stadi si trova colà spinta da passione, non da lucro. Spinta da qualcosa che molti, ingenuamente, vivono come un surrogato di patriottismo. Perciò il calciatore venduto è un disertore passato al nemico. Roba da tribunale del popolo, Dio ce ne liberi.
Neppure una settimana dopo il Direttore va in crisi. Gira voce che anche la ‘vecchia signora’ è implicata nel calcio scommesse. Per Giacovazzo è come se gli avessero conficcato una spina nel cuore. Per due penosissimi mesi, l’Italia calcistica si divide fra innocentisti e colpevolisti, quando alla fine la verità viene fuori e la Juventus è scagionata il Direttore si commuove… cara Juve, dunque è vero che non sei come i cattivi hanno cercato di dipingerti? Volevano farci credere ad ogni costo che anche la vecchia signora fosse sul viale dei bassifondi. Volevano cancellarci dalla memoria quel magico momento infantile quando ci apparisti la prima volta fulgente appo la torre di Maratona a Bari. Invece, non solo sei bella, brava, favolosa: o cielo misericordioso, sei anche onesta e virtuosa. Avremo un bel campionato cadetto – dicevano i maligni – con la Juve e il Milan al piano di sotto. Ora sono serviti. Grazie, Juve, per aver salvato il grande giocattolo. Senza di te, il diluvio.
Intanto, fra una crisi e l’altra, un governo e l’altro, se ne sono avuti quattro nel corso di un anno, si scatena la furia degli opposti estremismi, continua la litania mortale degli anni di piombo e questo ultimo anno del peggior decennio della storia della Repubblica diventa ancora più impietoso e crudele.
Il 7 gennaio 1980, a Milano, tre brigatisti uccidono tre agenti di PS di presidio ad una fabbrica. Sono tre meridionali. Uno, Michele Tatulli, era di Bitonto fidanzato con Tina Foroni, milanese. L’11 gennaio la ragazza viene a Bitonto per i funerali del suo Michele e lunedì 14, rientrata nell’azienda in cui lavora, si sente dire che è stata licenziata… la vicenda di questa ragazza – scrive Giacovazzo – non mancherebbe di pretesti per chi volesse rivangare insulsi motivi di polemica tra Nord e Sud… ma qui non c’entra il meridionalismo. C’entra un piccolo padrone che sotto qualunque cielo merita soltanto un appellativo: quello di imbecille. Licenziare una ragazza perché si è assentata per dare l’ultimo addio al suo fidanzato poliziotto ucciso dai terroristi significa profittare del terrorismo, significa dire brutalmente grazie ai terroristi per il crimine compiuto e prolungarne gli effetti. Raccomandiamo caldamente questo emerito imbecille al disprezzo di tutti i milanesi ai quali è caro il buon nome della loro nobile città.
La capitale morale del Paese, la nobile città lombarda di tanti piccoli imprenditori vessati da uno Stato esoso che sperpera le entrate fiscali in un Meridione senza speranza, non è poi così nobile: Tina Foroni lavorava in quell’azienda da nove mesi… in nero. Dunque neppure il licenziamento era valido: non era mai stata assunta.

Gli anni di piombo e il terremoto

Il 6 febbraio, a Roma, due terroristi di Prima linea uccidono un altro giovane agente di PS, Maurizio Arnesano di Carmiano in provincia di Lecce… per quali vie il Sud, la Puglia, le nostre province conoscono il terrorismo?Non la via di chi lo produce, ma la via di chi lo subisce. E non lo subiamo direttamente nelle nostre città, nei paesi. Non abbiamo sotto i nostri occhi le terribili scene degli agguati e delle spietate uccisioni. Abbiamo però sotto i nostri occhi le bare dei ragazzi in divisa che tornano a casa con gli onori militari, la medaglia, il messaggio presidenziale, tra il pianto dei loro cari e degli amici… la nostra parte nella storia è ancora quella degli umiliati e offesi, degli emarginati, delle vittime.
Il 2 agosto, poi, si consuma l’ultima strage terroristica del 1980: alla stazione di Bologna un potentissimo ordigno distrugge un intero fabbricato con un ristorante e le sale d’attesa di prima e seconda classe. Un criminale attentato di fronte al quale impallidisce ogni precedente nella storia del Paese. Una strage, 85 morti, sette dei quali sono pugliesi, uno di Foggia, sei di Bari.
Dopo la conta dei morti, c’è voluto qualche giorno per farlo, comincia il rituale di sempre: lo sciopero del Sindacato, lo sdegno, l’esecrazione del Governo e dello Stato che la gente non sa che farsene tanto che solo otto bare saranno presenti alla cerimonia pubblica bolognese, gli altri, preferiranno piangere i loro morti con e fra la gente amata dalle vittime.
La gente è stanca. La DC, il PSI, il PCI, i Sindacati, le formule politiche, non li segue più nessuno. Il voto a questo o quell’uomo politico non è più espressione di una convinzione ideologica ma un riconoscimento all’uomo di potere che mostra una spiccata sensibilità verso lo scambio e l’elargizione di privilegi. Il consigliere, l’assessore, il parlamentare insomma alla stregua di un ‘padrino’ a cui chiedere la casa popolare, il posto fisso oppure, attraverso il Sindacato – che praticamente ‘gestisce’ l’INPS – false pensioni d’invalidità mentre i veri invalidi, come denuncia Nanni Loy nel film ‘Caffè express’, sono costretti ad arrabattarsi vendendo l’espresso sui treni, di notte.
Perciò, giù la testa e via per i fatti propri, verso il doppio lavoro – sono 4 milioni e mezzo quest’anno – per pagare il mutuo del nuovo ‘status symbol’ italiano, la villetta al mare o in campagna, che gli invidiosi chiamano ‘canili’. E, dopo la faticosa giornata di lavoro, ecco il riflusso: la serata in famiglia, davanti alla TV a colori dove la vena comico-satirica di Carlo Verdone è rassicurante: ragazzi, è un saccobello! Dopotutto, gli esempi di chi predica correttezza e dovere, non sono certo esemplari. Amministratori che non abbiano almeno due tre cariche di consiglieri in vari istituti pubblici e privati, non esistono; e il tanto vituperato assenteismo degli operai non è certo inferiore a quello di chi ci amministra, a cominciare dal Parlamento per finire al più piccolo consiglio comunale.
Apparentemente con la strage della stazione di Bologna la furia dei terroristi si placa. È abbastanza per il 1980? No, manca il ‘solito’ disastro naturale, il terremoto in Basilicata e Irpinia.
Alle 19,34 del 23 novembre l’orologio di piazza della Prefettura a Potenza si ferma: per 90 interminabili secondi la terra trema convulsamente come un corpo squassato dalla profondità delle sue viscere. È il terremoto, un apocalisse: 2.916 morti, 8.907 feriti, migliaia di case rase al suolo, trecentomila persone senza tetto.
Li abbiamo rivisti i vecchi volti del Sud. I vecchi paesi con le case dei poveri, sospesi tra la frana e il torrente. Le vecchie donne, negli abiti di sempre, protagoniste nel dolore… Giuseppe Giacovazzo è furibondo, soprattutto indignato con i suoi colleghi che solo in questa circostanza… hanno riportato agli occhi di un popolo la dura verità dimenticata… ci voleva un terremoto – scrive il Direttore – ci voleva un lutto nazionale per ricordare a tutti che di sommerso nel Sud c’è soprattutto una realtà umana troppo facilmente accantonata e data in gestione all’ufficio pensioni della previdenza sociale.
Ma c’è terremoto e terremoto. Nelle terre contadine della Basilicata e dell’Irpinia crollano solo casupole rattoppate lungo i secoli; come nella Valle del Belice, in quel gennaio del 1968. Perciò è necessario intendersi con estrema decisione: diciamo sin da ora che saremo spietati nell’esigere un controllo severo nell’opera di soccorso e di ricostruzione… nessuno creda di poter speculare sul bisogno e sulla miseria, sul disagio, sull’attesa dei poveri… ora la nostra gente chiede soltanto rispetto per la morte e per la vita, per il dolore e la solidarietà umana nel dolore. Chiede la fine dei soliti sciacalli di tutte le sventure. Lo chiede allo Stato, al Parlamento, al Governo, ai magistrati, ai burocrati. Basta con la vergogna del Belice. Vogliamo essere trattati da cittadini, non da sudditi. Significa questo chiedere troppo nell’Italia degli scandali?
E poi piove, nevica e la terra torna a tremare. Si fanno appelli albuon senso, andate via, sfollate, non c’è più nulla da salvare ma loro restano… non ce ne andiamo dicono le facce che appaiono sugli schermi televisivi con una dignità e determinazione che non credevamo esistessero più in Italia. Certo – scrive Giacovazzo – per una classe politica miope e incolta è più facile sradicare le popolazioni ed esportarle in altre regioni o all’estero, spianare con le ruspe i paesi semidistrutti, cancellare anche le ultime tracce di questa parte d’Italia e della sua eccezionale cultura. No, non ce ne andiamo. Bisogna ricostruire,e ricostruire significa realizzare abitazioni secondo nuovi modelli, rendere fertili le terre abbandonate, fermare l’erosione del suolo, insediare attività produttive, servizi, scuole, università con l’occhio rivolto a tutto quello che da decenni è stato promesso e non è stato dato.
Qualche giorno dopo commenta i tanti servizi giornalistici di testate del Nord, dei ‘grandi inviati’ scandalizzati dalle condizioni di abbandono morale e sociale di quella parte del Sud rimasto esattamente quello di venti,trent’anni fa… la trappola in cui sono caduti diversi ‘inviati’ nel terremoto – scrive Giacovazzo – è nell’aver visto tutto il Sud con gli occhi del sisma e di aver quindi suggerito un’idea del Sud come di un unico grande sfasciume, di natura e società, che meglio sarebbe abbandonare ai corvi… nessuno più guarda a tutto quello che è cambiato nella realtà complessiva del Sud. Nonostante gli errori, gli sprechi, l’emigrazione forzata, il clientelismo, la mafia e la camorra, il Sud ha conosciuto nel dopoguerra uno sviluppo mai visto prima. Giorgio Amendola sosteneva che il Sud ha fatto in due decenni di democrazia tanti passi avanti quanti non ne aveva mai fatto in un secolo di unità nazionale… c’è anche il sud del sud, nessuno può negarlo. Ma chi doveva dire agli italiani come stavano le cose? I prefetti o i giornalisti? Pretendere di scoprirlo col terremoto è segno di profonda incultura… ci capita spesso di ascoltare molti giovani che ci chiedono perché i giornali sono fermi ai livelli di vendita del 1950 mentre la vita sociale e culturale dei nostri paesi si espande a vista d’occhio. Cari amici, sono tante le cause di questo maledetto affare. Ma tra esse metteteci anche noi giornalisti. Ce lo meritiamo.
Ma c’è anche chi la pensa diversamente, chi salta a piè pari ogni considerazione morale e già intravede, nella ricostruzione, la continuità di un sistema clientelare: collegi elettorali da mantenere, appalti illeciti, speculazioni e spreco di denaro pubblico, denaro proveniente dalle tasche dei contribuenti del Nord naturalmente, ed è proprio uno dei più accorti giornalisti italiani, Indro Montanelli, a sottolineare che… se nel Sud l’ambiente umano rimane qual è, di imprenditorialmente valido non vi nascerà nulla. Nascerà, invece, o meglio si acuirà il razzismo del Nord, cui si possono chiedere tutti i sacrifici per lo sviluppo del Sud, ma non quello della mafia e della camorra del Sud, come finora è stato.
Per Montanelli dunque – commenta un furibondo Giacovazzo in un editoriale del 14 dicembre – non vi sono dubbi: tutto quello che fino ad oggi si è fatto al Sud è finito in mafia e camorra. È questo l’unico sviluppo che si è avuto al Sud. Anche i ‘sacrifici’ del Nord sono finiti in piscem. Da questo sconcio rivoltante è nato il razzismo del Nord, che anzi è destinato ad acuirsi, poveri noi. E la colpa non è soltanto dei mafiosi – si badi bene – ma dell’intero ‘ambiente umano’ del Sud, ossia di tutti i meridionali, senza scampo, compresi i lettori di Montanelli, immeritevoli tutti dei sacrifici fatti dai buoni razzisti del Nord. Ora – prosegue il Direttore – se noi invitiamo Montanelli a visitare la Puglia, certamente non viene a scorticarsi in mezzo a noi. Ma se lo invita l’Unione pugliese degli industriali può darsi che accetti. Saranno loro a mostrargli che cosa si è fatto in terra di Puglia, e come si è potuto farlo senza mafia, senza camorra e senza elemosinare dai razzisti del Nord. Sarà loro cura soprattutto spiegargli quanto hanno guadagnato nel Sud i suoi amici del Nord: in forniture, appalti, macchinari, motori agricoli, impianti di catene di distribuzione, contributi dello Stato e della Cassa del Mezzogiorno per aziende ed opere mai costruite o lasciate a metà oltre a crediti agevolati dalle banche con capitali drenati dai depositi degli emigranti… Montanelli vorrebbe far credere che il razzismo è la giusta reazione dell’onesto Nord contro il corrotto Sud, la nauseata risposta del sciur Brambilla agli sporchi picciotti di don Calogero. Invece il razzismo è solo un’illusione della falsa coscienza: estremo tentativo ipocrita di giustificare lo sfruttamento colonialistico.
Così era Giacovazzo. Quando leggevi un suo articolo ti sembrava che lui fosse lì, accanto a te che raccontava e parlava con foga e calore da trasmetterti le sue stesse sensazioni. Riusciva a stimolare tutte le corde dei sentimenti, dalle emozioni al dolore, alle gioie alle passioni con estrema semplicità. Non raccontava il mondo, ma solo le storie della sua terra, le esperienze che aveva vissuto personalmente, storie di uomini e donne di Puglia, di quel mondo che egli vedeva dall’alto della collina di Locorotondo, dei Trulli, dell’azzurro mare Adriatico, delle chiese barocche che riusciva a scorgere anche nei contorti, secolari ulivi della Valle d’Itria.

In ricordo di Paolo Grassi

E quando poi scriveva di arte o ricordava un amico scomparso, un uomo di teatro, diventava lirico.
Ecco con quanta intensità scrive l’elogio funebre dell’amico Paolo Grassi, nato a Milano da padre pugliese, di Martina Franca, fondatore del Piccolo Teatro, Sovrintendente del Teatro alla Scala e Presidente della RAI, negli stessi anni in cui Giacovazzo curava il settore culturale, dove consolidano un sodalizio iniziato negli anni Sessanta a Bari. Durante il periodo del Piccolo, Grassi aveva portato a Milano ed esportato in gran parte d’Europa, il meglio del teatro mondiale.
Quando sabato mattina, nell’aria di primavera ancora senza profumi, andai incontro a Sergio Zavoli appena sbarcato dall’aereo, pensavo con un senso leggero della vita al nostro viaggio, di li a poco, per la terra dei trulli. E associavo stranamente quelle sensazioni ai tanti ritorni in Puglia di un altro caro amico, Paolo Grassi.
Prima di salire in auto, Zavoli mi prese in disparte. Aveva l’aria complice di chi sta per dirti cose ammiccanti. Ma subito mi accorsi che voleva comunicarmi qualcosa che andava dosato, discretamente, come si fa con un parente ignaro, per un evento non lieto. «Debbo dirtelo io per primo, se non lo sai: stanotte Paolo è morto a Londra».
Paolo Grassi,72 anni, era morto venerdì 13 marzo 1981 di un male incurabile in una clinica londinese… io qui non voglio dire molto della sua grandezza – continua Giacovazzo – ma solo del suo cuore, del suo amore per la terra e la gente di Puglia, del suo affetto per Martina Franca, della poesia che serbava nell’animo non ancora stanco di lottare, del suo bisogno di rifugiarsi tra noi quando la vita era più dura per lui.
Anima schiettamente mediterranea, egli coltivava l’eterno mito del ritorno. Martina Franca come un’Itaca perennemente rinviata. Lui un Ulisse sempre lacerato fra tentazioni di abbandono, di fuga e ritiri. Ai tempi del Piccolo viaggiava in treno, lo aspettavo alla stazione di Bari e dopo una di quelle sue larghe risate salivamo in automobile e via verso Martina Franca, passando per Mola. Sulla banchina del porto compravamo due di quei pesci guizzanti che allora erano sicuramente adriatici. Entrando nel paesaggio diceva assorto: «qui gli ulivi sono essenziali come le betulle nella scenografia di Cechov». Voleva che gli parlassi dei trulli. Sono come antiche maschere calcaree che racchiudono la vita segreta degli ultimi contadini del Sud, gli dicevo. I trulli sono allegri, ridenti eppure celano una vita di formiche umane. Hanno spesso servito due padroni. Per questo hanno una stretta parentela con Arlecchino.
Sono meridionalista per ideologia, diceva Paolo, ma anche per sangue e per sentimento. «Una parte importante di quello che può essere il successo della mia vita, lo devo alla fantasia, all’umanesimo della gente del Sud, alla sua civiltà contadina. Ogni volta che cerco di guardarmi dentro, rivedo le querce, i fichi, i sassi della Murgia. Qui erano le sue radici, e qui voleva tornare, forse voleva morire qui. Ricordo come erano tristi i suoi occhi quando gli citai un canto di Pavese: «Un Paese vuol dire non essere soli». Ora siamo più soli noi.

Le Amministrative del ’78 a Bari (Leggi anche)

Qualche settimana dopo la morte dell’amico, Giacovazzo affronta la prima campagna elettorale amministrativa della città di Bari. Dopo la scomparsa di Aldo Moro la segreteria provinciale della DC aveva deciso che era ora di fare spazio all’altro leader democristiano, Vito Lattanzio, da tempo in competizione con Aldo Moro. Il primo a farne le spese è il sindaco di Bari Nicola Lamaddalena che è messo in condizione di dimettersi per far posto al lattanziano Luigi Farace: è il 27 luglio 1978.
Ma Farace entra quasi subito in rotta di collisione con il Consiglio comunale,non ha modo di amministrare la città impegnato com’è a sventare e superare ben 23 minacce di crisi. È un periodo di…pervicace latitanza comunale. Farace e la sua Giunta, sono lì in attesa di capire quale sarà il nuovo assetto delle correnti, la nuova politica del Partito, quali saranno le nuove strategie. Bisogna darsi una scrollata, scrivono i cronisti della Gazzetta… occorre un recupero di efficienza, il degrado è spaventoso, la città è invasa dai topi, le strade sono ridotte a letamaio…. forse ci accuserannodi pessimismo. Ma questo è, purtroppo, il biglietto da visita della vagheggiata città-regione. Dobbiamo fare qualcosa di serio per questa città. Bari non può arrendersi ai fenomeni di devianza minorile che sfigurano il suo volto.
Niente, silenzio. Salvo ad usare megafoni e strilloni per l’inizio dei lavori – poi subito sospesi – per realizzare il parco 2 Giugno e la decisione di ristrutturare la Camera di Commercio in completo abbandono dal 1971.
Sono tutti così presi dalle ‘strategie’ politiche da lasciare la città senza governo, in pieno abbandono e, peggio ancora, alla mercé della microcriminalità, degli scippatori e di tre, quattrofamiglie del malaffare che gestivano droga, contrabbando, prostituzione.
Non contentala DCdecide di ripresentare,come capolista al nuovo turno elettorale del 21 giugno 1981,il Sindaco uscente con uno slogan infelice ma che a loro doveva apparire efficace: ‘Far Fare a Farace’.Una beffa per i baresi che vedevano la loro città degradare di giorno in giorno. Morale, la DC perde. Non perde male, solo tre seggi. Ma il guaio era che sia i socialisti, sia i socialdemocratici avevano quasi raddoppiato i propri consiglieri ed erano in grado di condizionare la scelta del Sindaco.
Il primo dato essenziale che si rivela dal voto amministrativo- scrive Giacovazzo -è che Bari ha voglia di cambiare. Sembra un fatto elementare e scontato. Invece non è così perché ha vinto l’alternanza, non l’alternativa. Ha vinto cioè una forza politica all’interno del quadro di potere esistente.
In altre parole… siamo passati dall’effetto Mitterrand all’effetto Lattanzio ma non si è tenuto conto che il mare non bagna Parigi dove il sistema amministrativo è un modello di stato di diritto… mentre le nostre Giunte sono praticamente in ostaggio di singoli assessori – i nuovi baroni – e dei loro coordinatori – gran ciambellani – che maneggiano miliardi senza controllo. Dai nuovi pubblici amministratori abbiamo il diritto di esigere una nuova coscienza morale più che mai contestuale alla politica… qui invece, siamo allo sfascio. Cosa intendono fare i nuovi amministratori? Come intendono stroncare il malcostume imperante? Questa è l’unica base programmatica alla quale possiamo prestare attenzione. Il resto è aria fritta. Sul piano della moralità personale ad esempio, i nuovi amministratori potrebbero fornire i dati della loro anagrafe patrimoniale, offriamo anche un modo sbrigativo: chi vuole può inviare alla Gazzetta una copia dell’ultima denuncia dei redditi. Siamo pronti a pubblicarla con la foto dell’interessato. Le iscrizioni sono aperte. Questa non è una provocazione. Ma nemmeno aria fritta.
Nessuno porterà la dichiarazione dei redditi al giornale. Fra l’altro, un terzo dei nuovi amministratori sono già dipendenti di enti pubblici ed enti locali… un dato preoccupante. Non solo perché una così fatta schiera di funzionari è la meno adatta a sveltire un ente pieno di acciacchi burocratici come il Comune. Ma anche perché altri enti dovranno praticamente privarsi dell’opera di questi dipendenti eletti. O forse ne erano già privi dal momento che si occupavano soprattutto di politica. Sarebbe comunque utile riattivare il registro delle presenze.
È un linguaggio nuovo per i lettori della Gazzettache hanno cominciato ad apprezzare i confronti, le opinioni diverse. Il giornale sa misurarsi anche con le ‘voci contro’. E Giacovazzo, ricco di entrambe le esperienze, aperto e attento alla cultura di destra e di sinistra – cita a memoria Guareschi, Pasolini, Marcuse, Di Vittorio, Sciascia e altri – sa trarne profitto trasformando e realizzando un giornale che pur restando politicamente conservatore, riesce ad accattivarsi e avvicinare un pubblico sempre più vario e vasto. Del resto a che serve confezionare un prodotto se poi resta in bottega?
E dunque se ci sono comportamenti da biasimare, da denunciare a qualunque colore politico esseappartengono, Giacovazzo li spiattella senza riguardi. Fa comodo, sostiene… tenersi una buona firma, anche quando non si condivide una sola virgola di quanto scrive…vogliamo ricordare che fare critica costruttiva non significa gettare discredito sulle istituzioni, è segno, al contrario del nostro rispetto per esse… la Gazzetta non può essere docile sui problemi che ci affliggono, stiamo dalla parte della gente, non facciamo il violino di spalla a nessuno.
E il giornale viaggia con il vento in poppa come una caravella.
Le elezioni per eleggere la nuova Amministrazione cittadina si sono svolte il 21 giugno, ma dopo tre mesi di trattative, l’orizzonte è ancora buio nonostante, o forse a causa della visita di Bettino Craxi, venuto a Bari qualche giorno dopo le elezioni, con tanto di cartellone pubblicitario: ‘Grazie Bari’.
Così, Giacovazzo, torna a ribadire il protrarsi di una situazione inaccettabile… sarà che ha vinto il nuovo ma nei fatti si è visto poco. Chi volesse sfogliare i giornali nazionali, che hanno gareggiato in audacia nel mar di San Nicola inseguendo nuove brezze, non faticherebbe a collezionare un bel campionario di antiquariato politico… tutto il vecchio repertorio di imitazione è tornato a galla insieme ai riflussi di correnti che mandano odor di bruciato… peggio del peggior stile democristiano in versione machiavellica di provincia… l’impressione che si ha, guardando i quattro partiti dello schieramento laico-socialista, è quella del gioco dei quattro cantoni: stanno lì attaccati al proprio pilastro credendo così di poter meglio dialogare con la DC da un punto di forza. In realtà non dialogano bene neppure tra loro, dovendo preoccuparsi di tenere a distanza questa DC e avendo stabilito che la sua egemonia è ormai passata nelle loro mani. Intanto nessuno si avvede che una DC ‘spiazzata’ viene risospinta verso un partito comunista che troppo frettolosamente è considerato, con una motivazione a dir poco maccheronica, un partito sconfitto… la gente comincia ad avere l’impressione che l’euforia del cambiamento, in questa città, non trovi riscontro in una classe dirigente che continua imperterrita con i vecchi metodi. Cambiano le proporzioni del consenso, non cambia il modo di far politica. Occorrono guide risolute. La città aspetta uomini sicuri, sereni, decisi, pronti a servire con dignità, generosi nel rischio, leali nel confronto e capaci di battersi a viso aperto per le proprie idee.

I socialisti al Comune di Bari (Leggi anche)

Il 28 settembre 1981, finalmente, l’avvocato Franco De Lucia, socialista, nato a Triggiano nel 1934 e barese d’adozione, è il nuovo Sindaco di Bari.
Dieci anni resterà in carica De Lucia. Saranno dieci anni di passione per la città che passerà da ‘laboratorio’ dell’alternanza a laboratorio dell’alternativa democratica con il primo esperimento di Amministrazione comunale insieme al Partito Comunista, causa di grande dispiacere per Giacovazzo che farà venire a Bari perfino il segretario nazionale della DC Ciriaco De Mita, nella speranza di mettere d’accordo lattanziani, demitiani, morotei, forzanovisti e ‘amici’ vari, ma inutilmente, erano esasperatamente tutti contro tutti. E la notte di venerdì 8 aprile 1983 nasce la nuova Giunta composta da PSI,PCI,PSDI,PLI con il vicesindaco comunista Vito Angiuli.
Giacovazzo aveva fatto l’impossibile per evitare questa ‘disgrazia’, gli avevano perfino dato del ‘fazioso’ ma a cose fatte scrive… coloro che si chiedono- anime angosciate – come la Gazzetta si orienterà verso il nuovo potere, certamente dimenticano come essa si è regolata verso i precedenti poteri… nessuno si aspetti virate di bordo, la Gazzetta continuerà ad informare con la stessa indipendenza di giudizio e con lo stesso equilibrio di ieri… continuerà a riportare senza imbarazzo, anche se con tristezza, le notizie che non onorano l’agire politico… nessuno pensi che un ribaltamento politico della Giunta comunale possa imbrigliarlo o deviarlo… perché… ogni mattina aprendo la Gazzetta, ogni Lettore deve poter dire, questo è il mio giornale.
Giacovazzo è deluso e indispettito per quanto è accaduto proprio al Comune di Bari, ma è anche un sensibile essere umano, un professionista come pochi.
Il 7 giugno 1984, a Padova, durante un comizio, Enrico Berlinguer è colpito da un ictus cerebrale e si spegne l’11 giugno in una clinica della stessa cittadina veneta… oggi – scrive Giacovazzo sulla Gazzetta del 12 giugno -l’Italia politica è più povera. Non solo per i compagni di Berlinguer e per coloro che l’hanno amato. Ma anche per quanti, a qualunque fede politica appartengono, sentono che con lui scompare una delle più alte coscienze della nostra vita democratica.

Il grande Eduardo (Leggi anche)

Qualche mese dopo, il 2 novembre, un altro lutto colpisce il mondo del teatro, il grande teatro popolare: si spegne a Roma Eduardo De Filippo, un protagonista mondiale de la commedia dell’arte, interprete eccezionale dell’indimenticata passione di Giacovazzo che scrive a suo modo un ricordo… i morti meglio ricordarli da vivi. Ma Eduardo sembra appena addormentato. Il volto sembra assorto, come durante un lungo applauso, quando dietro le quinte chiudeva gli occhi, stanco, prima di tornare in scena.
Al Petruzzelli, tre anni fa, ebbe una delle più grandi feste. L’aveva voluta lui, quella serata, per i ragazzi del Fornelli. Tutto l’incasso doveva andare a favore di quei cinquanta sfortunati che l’aspettavano l’indomani nel carcere minorile di Carrassi. Non ricordo bene cosa disse a quei ragazzi. Li fissava come volesse scrutarne l’anima, rapito da sguardi febbricitanti. Si vedeva in mezzo a loro, scugnizzo, sfuggito per miracolo a un brutto destino. Ladruncoli, scippatori, innocenze da poco perdute.
Era uomo della sinistra, ma a modo suo, senza ideologia, senza partito. Non tollerava la disonestà e i soprusi, ma amava conservare il meglio del passato. La tradizione. Diffidava dei burocrati di ogni regime. All’amico Paolo Grassi, da poco nominato presidente della RAI disse: «stai attento, non diventare un prefetto». Fu vicino ai comunisti, ma non gli piaceva il sindaco di Napoli, Valenzi, e non capiva Berlinguer. «Sai – disse con aria di cospiratore mentre andavamo a Locorotondo – Berlinguer ha scritto una lettera al Papa, ma chill manco gli ha risposto».
Ora il mondo s’inchina davanti alle spoglie di questo grande venuto dai vicoli, dalla piccola gente del Sud. E noi del Sud abbiamo ben ragione di piangerlo. Perché lui ha portato in giro per il mondo non le facili lacrime napoletane, ma l’umanità profonda, buffa e dolente, allegra e pensosa della sua, della nostra gente. Con lui perdiamo una parte di noi: storia, cultura, arte, ricerca umana. Perdiamo un grande artista ma anche un uomo vero, mite e forte, paziente e dignitoso, schivo di ogni vanità.
Ci mancherà la sua faccia scavata, la voce lacera, la giacca rattoppata, la speranza di Napoli milionaria, l’illusione di ‘Questi Fantasmi’, l’avventura dei ‘Giorni Pari’, la malinconia dei ‘Giorni Dispari’. Ci mancherà per sempre il cuore di Eduardo.

‘Pazza idea’, la DC senza correnti

Nel 1985 arriva un ‘risorto’ Ciriaco De Mita, il Segretario nazionale della DC: se il partito fosse stato ulteriormente ridimensionato alle elezioni regionali di maggio come nelle politiche nazionali dell’83 e le europee del 1984, si sarebbe dimesso. Ma laDC tiene e De Mita torna a portare avanti la sua ‘pazza idea’ di una DC senza correnti condivisa da Giacovazzo che lo considera… un capo moralmente inattaccabile, capace di neutralizzare i disonesti, di smobilitare le correnti, di rendere inoffensivi i notabili che costituiscono la rovina di un grande partito popolare.
Così, nel gennaio del 1987, Ciriaco De Mita farà a Giacovazzo la classica proposta che non poteva rifiutare: un sicuro seggio al Senato nel collegio di Tricase. Giacovazzo accetta e un mese prima l’inizio della campagna elettorale lascia la direzione politica della Gazzetta con evidente compiacimento della DC regionale: una voce ‘fuori dal coro’ all’interno della stampa amica…faceva comodo!
Non c’era nulla che univa Giuseppe Giacovazzo a Michel Platinì se non la comune ‘passione’ per la Vecchia Signora. E, coincidenza vuole, che una settimana dopo l’uscita di scena del campione d’oltralpe dalle file della Juventus, anche Giacovazzo lascia quella squadra dove per otto anni ha svolto il ruolo di centravanti, rifinitore e regista conseguendo un successo qualitativo e diffusionale che non ha riscontro nella storia intera della Gazzetta del Mezzogiorno.
Perché ho saltato il fosso? Perché questa scelta di campo? Per curiosità e per capire – scrive Giacovazzo nel suo editoriale di commiato dai lettori – per capire dall’interno la politica e il lavoro politico. Capire come si fa a risolvere qualcuno dei tanti problemi nostri, del nostro Sud, dopo aver tante volte fustigato – ahimè con quanta presunzione – la classe degli addetti ai lavori.
Ma dovrà incassare cocenti delusioni tanto da interrompere il suo rapporto di collaborazione con il giornale. E quando, qualche tempo dopo, Giuseppe Gorjux, gli chiede perché, Giacovazzo risponde: Vorrei poterti spiegare cosa può accadere ad un giornalista che avendo messo piede in politica ha creduto di poter continuare a fare il suo vecchio mestiere. Fino a qualche tempo fa non mi rendevo conto di quanto stesse accadendo nel nostro Paese. Ora forse comincio a capirci. Leggo negli sguardi della gente comune, quella che si incontra per strada. Non sono sguardi benevoli verso i politici… e la gente ha il diritto di pensare: a che servono le mani pulite se il sistema è pressoché marcio?E il peggio doveva ancora arrivare.
Poi però torna a scrivere, ma è sempre più deluso per le ricorrenti crisi di governo, le promesse mai mantenute, le riforme mai fatte e il continuo degrado morale della politica. Negli ultimi anni, pur frequentando diversi corridoi e stanze della politica, evitava di assumere cariche pubbliche. Preferiva far parte di qualche commissione culturale.
Poi l’abbandono e il ritorno a casa, a Locorotondo, al Trullo.
Si può dividere in tre fasi distinte la vita di Giuseppe Giacovazzo.La prima, quella delle passioni giovanili: la Juventus, il teatro, la politica. La seconda fase è interamente dedicata alla professionalità giornalistica dove raggiunge il livello più alto, mettendo a ‘servizio’ della sua penna, lucida e semplice, esperienze di vita vissuta, conoscenze, cultura. La terza è quella della diretta partecipazione alla vita politica italiana. Probabilmente il periodo meno ricco e avaro di soddisfazioni della sua esistenza, il più deludente tanto che alle elezioni politiche del 1996 non si candida.
Inizia così un periodo crepuscolare che lo vede tornare alla sua terra, ai ricordi della sua infanzia che sono lì ad attenderlo dove ricorda e racconta tutto quello conserva nella memoria, nel cuore: le esperienze, le amicizie, la terra che ha calpestato nel corso della sua vita, le emozioni provate, tutto insomma, tutto il repertorio della sua ricca vita, facendone partecipe una nuova generazione di giovani di Locorotondo attraverso un mensile locale Paese Vivrai, fondato nel dicembre del 2000, insegnando a tanti ragazzi l’arte del giornalismo.

Nicola Mascellaro

Tratto da “Bari Dal Borgo alla Città–I protagonisti” Di Marsico Libri, luglio 2018 pagg. 255-288

https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/puglia/407869/mortogiacovazzo-ex-direttore-della-gazzetta.html

Morto Giacovazzo ex direttore della Gazzetta

BARI – È morto oggi all’età di 87 anni Giuseppe Giacovazzo, già direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno. Nato a Locorotondo il 6 settembre 1925 è stato non solo giornalista e scrittore, ma anche un politico. Conduttore del Tg1 della Rai prima di dirigere La Gazzetta, è stato eletto in Parlamento nel 1987 e poi riconfermato nelle due successive legislature. Da sempre democristiano, è stato sottosegretario di Stato per gli Affari esteri nel primo governo di Giuliano Amato e nel governo di Carlo Azeglio Ciampi. Di recente è stato presidente del Corecom Puglia 29 Ottobre 2012

BARI – È morto oggi all’età di 87 anni Giuseppe Giacovazzo, già direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno. Era da qualche mese ricoverato nell’ospedale di Acquaviva delle Fonti, in provincia di Bari, per una grave malattia.
Nato a Locorotondo il 6 settembre 1925 è stato non solo giornalista e scrittore, ma anche un politico. Conduttore del Tg1 della Rai prima di dirigere La Gazzetta, è stato eletto in Parlamento nel 1987 e poi riconfermato nelle due successive legislature. È stato per due volte senatore e una deputato.
Da sempre democristiano, è stato sottosegretario di Stato per gli Affari esteri nel primo governo di Giuliano Amato e nel governo di Carlo Azeglio Ciampi. Ha fatto parte delle commissioni parlamentari Bilancio, Industria, Turismo e commercio, Lavori pubblici e comunicazioni, Esteri, Vigilanza dei servizi radio televisivi. Di recente è stato presidente del Corecom Puglia.
L’ultimo dei suoi libri, pubblicato quest’anno da Dedalo, è stato Elogio del trullo.
“Con Giuseppe Giacovazzo scompare una certa idea, cara anche ad Aldo Moro, di un meridione dialogante, che rifiuta i facili vittimismi, mai rassegnato, piagnone e demagogico, ma sempre pronto a misurarsi sulle sfide più importanti del futuro”. Lo afferma in una nota il governatore della Puglia, Nichi Vendola.
“Un Sud – aggiunge – che Giacovazzo ha raccontato continuamente nella sua lunga carriera di uomo delle istituzioni, di politico e di giornalista, di fine intellettuale. Ci mancherà il suo sguardo lungo, appassionato, colto e profondo, il suo essere testimone e narratore dei tempi moderni. Vorrei esprimere tutto il mio cordoglio e la mia vicinanza alla famiglia di questo amico davvero speciale”.
“Profonda tristezza per la scomparsa di Giuseppe Giacovazzo” viene espressa in una nota dal capogruppo del Pdl alla Regione Puglia, Rocco Palese. “Con lui – aggiunge – la Puglia ed il Mezzogiorno perdono un uomo di grande valore umano, politico e morale. Ho avuto il piacere di conoscerlo personalmente e di sostenere attivamente la sua campagna elettorale per il Senato con la Democrazia Cristiana nel mio collegio, quello di Tricase, e sono orgoglioso di averlo fatto. Col tempo abbiamo instaurato un rapporto personale di stima reciproca frutto di valori umani e cristiani comuni”. “Ho apprezzato, condiviso e sostenuto – conclude – le sue battaglie politiche e culturali sempre al servizio ed in difesa del Mezzogiorno. Ha dato tanto alla nostra Puglia e al nostro Sud in tutte le sfide in cui si è cimentato, dalla politica alla cultura al giornalismo”.
“La scomparsa di Giuseppe Giacovazzo è un profondo dolore personale e una grande perdita per la politica e la società meridionale. Per me Peppino è stato un secondo padre che mi ha consentito di avvicinarmi alla vita politica, ho passato con lui tantissimo tempo, tante serate durante le quali, ospite nella sua casa, parlavamo ore ed ore”. Così il deputato del Pd Francesco Boccia in una nota “esprime cordoglio alla famiglia di Giuseppe Giacovazzo a nome dell’Ufficio di presidenza del gruppo del Pd della Camera”.
“Lui – spiega – mi ha insegnato la passione per la politica che intendeva come azione per migliorare la vita dei cittadini. Grande giornalista, stretto collaboratore di Aldo Moro, ha veicolato la lezione dello statista democristiano nelle nostre terre e ha sempre praticato il giornalismo e la politica come strumenti al servizio dell’interesse generale, principio che lo ha ispirato nella sua azione di parlamentare e di governo. Lascia un vuoto enorme”.
l capogruppo del Pd alla Regione Puglia, Antonio Decaro, esprime ”profondo cordoglio per la scomparsa di Giuseppe Giacovazzo”. Per Decaro,” non solo la Puglia ma tutto il Mezzogiorno perdono una figura importante che ha tenuto alti i valori del Sud in ogni ambito, dalla politica alla cultura, dalla letteratura al giornalismo”. ”Alla sua famiglia e a tutti i suoi cari – conclude – va il mio abbraccio in questo momento di dolore”.

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